Grazie al rispetto del Dna del fondatore i ricavi sono raddoppiati in dodici anni
Tags: Aeffe, Cina, Franco Moschino, Giappone, i, Pollini, Rossella Jardini

«Stop the fashion system». L'irriverente slogan ideato da Franco Moschino, il più provocatorio degli stilisti (ma guai a chiamarlo così: non gli piaceva), conserva intatto il suo valore a trent'anni di distanza. Il mondo della moda è sempre più autoreferenziale, ma è costretto a fare i conti con una crisi economico-finanziaria globale che obbliga tutti a svilupparsi sul mercato cinese per restare a galla. Intanto i colossi francesi e i fondi di private equity hanno rilevato parecchi marchi italiani, con risultati altalenanti. Mentre la gran parte delle aziende in cui il fondatore è morto, più o meno repentinamente, hanno sofferto o soffrono.
Alla Moschino, invece, la prematura scomparsa del vulcanico creatore, nel 1994 a soli 44 anni, ha impattato negativamente – e tanto – soltanto sul fronte degli affetti. «Moschino è una realtà che funziona», dice Massimo Ferretti, presidente della Aeffe, quotata alla Borsa italiana, che ha acquisito il marchio nel '99, appena spenti i riflettori sulla sfilata tenuta nel Palazzo del Senato.
«Avevamo iniziato a produrre Moschino su licenza nell'83, favorevolmente colpiti dalla collezione che disegnava all'epoca, Cadette. Con la linea che portava il suo nome ha rivelato il suo talento, che sapeva dispensare allo staff di giovani disegnatori che lavoravano con lui».
Al posto dell'enfant prodige si è installata da subito il suo braccio destro, Rossella Jardini, che è tuttora il direttore creativo, «e che – dice ancora Ferretti – ha da subito saputo riproporre il Dna del brand proiettandolo ulteriormente in avanti».
Cinque anni dopo la scomparsa, la famiglia Moschino ha deciso di cedere il marchio e per la Aeffe è stato «naturale decidere di rilevarlo: l'avevamo creato insieme, l'avevamo visto decollare e soprattutto avevamo fiducia del potenziale», aggiunge l'imprenditore romagnolo, che controlla la Aeffe con la sorella Alberta Ferretti.
In dodici anni, a livello indotto, il fatturato è cresciuto dell'84%; a livello consolidato, nello stesso arco temporale, i ricavi sono raddoppiati, passando dall'equivalente di 67 milioni di euro ai 125 milioni del 2010. Nel primo semestre di quest'anno, secondo i dati comunicati alla Borsa, il fatturato Moschino è aumentato del 14% a 68 milioni, «con una redditività buona e in crescita».
Il giro d'affari, omogeneo per macroaree geografiche, si sta ovviamente rafforzando molto in Cina e in Giappone (ora gestito direttamente dopo la fine dell'accordo di distribuzione con Bluebell). Ma una delle chiavi strategiche è il corretto posizionamento sul mercato: i prezzi medi retail sono di 250 euro per la collezione Love, l'entry price realizzato su licenza da Sinv Holding (che detiene il 30% della Moschino); la linea giovane Cheap & Chic è intorno ai 350 euro e la prima linea a circa 800 («ambedue sono interamente made in Italy», precisa Ferretti). Gli accessori di tutte le linee, infine, sono realizzati "in casa", dalla controllata Pollini.
«Quel che piace ai clienti e al retail – prosegue Ferretti – va oltre il messaggio ironico e trasgressivo: nei nostri capi trovano la ricerca stilistica, la qualità dei tessuti, un taglio dei capi che sta bene a chi li indossa. Caratteristiche che garantiscono un ottimo sell-out».
Sulle prospettive della moda l'imprenditore romagnolo ha una visione ottimistica, forse più di quella di tanti suoi colleghi in questo momento. Il gruppo Aeffe ha segnato un aumento del fatturato del 16% nella prima parte dell'anno e ha previsto – come la maggior parte dei player grandi e piccoli – un rallentamento nel secondo semestre. «Ma nei momenti difficili – conclude – bisogna rimboccarsi le maniche, puntando su creatività, qualità, know how: eccellenze sulle quali noi italiani siamo imbattibili».
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