Quando tutti si aspettavano una conferma del genere borghese e minimal visto finora, ecco il colpo di coda che scrive nuovi equilibri per l'estate 2011
Tags: Hermès, Jean-Paul Gaultier, Louis Vuitton, Marc Jacobs, Miu Miu, Miuccia Prada, Shanghai

C'era da aspettarselo. Giusto in conclusione di una intensa settimana di sfilate, alle battute di chiusura del turbinante mese della moda, ecco che, puntuale ma non per questo meno sorprendente, arriva il colpo di coda: quello che spariglia le carte e riassesta i giochi, scrivendo nuovi equilibri per l'estate 2011. La immaginavamo, almeno da quanto visto fino a questo punto, minimal e delicata, rarefatta, borghese e perbenista, con tocchi erratici di punk, quando salta tutto per aria e la richezza più storta e plateale - visiva, ma non solo - arriva in passerella facendo scompiglio. I dinamitardi sono i soliti noti: Marc Jacobs da Louis Vuitton e Miuccia Prada con Miu Miu. Non c'è da sorprendersi, del resto: radicali in maniera assai diversa, ma ugualmente convinta e personale, i due sono originatori autentici non solo perchè fanno di testa propria, ma anche perchè sanno osservare il mondo, interpretarne i segni e in fine rielabolarli in una maniera progressiva ed eccitante. La gente, dicono loro, il minimalismo non lo vuole proprio. Ciò detto, si muovono in direzioni opposte.
Per Marc Jacobs ogni collezione è un nuovo capitolo di un discorso frammentario che risponde ad un disegno preciso. È in questo cangiantismo folle e rigoroso che sta il bello, perchè da Vuitton il core business sono le borse e gli accessori, non certo i vestiti. Questi, invece, disegnano uno scenario e un immaginario, caricandosi di significati ampi e complessi. Così, dopo la fantasia anni 50, zuccherina e fatata, dell'inverno, Jacobs, considerato che chi spende molto vuol mostrare la propria ricchezza, sposta il fuoco sul camp, quella aberrazione del gusto che molto divide col kitsch, e si inventa un delirio esibizionista pop-Cinese nel quale i flapper anni 20 e i tailleur di raso che sarebbero piaciuti alla Carrà negli anni 70 dividono la scena con i cheongsam da disco diva capitata in un boudoir di Shanghai. In altre parole, una pedata sonoro al buon gusto: una riflessione sulla psicopatologia della ricchezza, per usare la definizione di Susan Sontag furbamente citata come ispirazione. Il monito è chiaro: se, in quanto elemento nodale della cultura pop, la moda di oggi corteggia e oltrepassa il limite, meglio abbandonarsi al gioco con consapevolezza, e divertirsi.
Miuccia Prada, da parte sua, bandisce risolutamente la nostalgia, e si diverte a giustapporre gli elementi del proprio puzzle di stile con lucida furia, perché dopo tutto la nostra è epoca di cut-up e di collage, e l'unica vera dimensione è quella dell'apparire: vorticosa, cangiante, frenetica.
In una tenda ostile e scomoda montata, per giusto amor di contrasto, nei fastosi giardini del Palais Royal - alla signora gli stridori piacciono, assai - mette così in scena la propria versione della vita come teatro e come continua audizione, corteggiando sovente, con arguzia, la cacofonia. I giubbotti rigidi di pelle a intarsi sberluccicanti si mescolano agli abiti di raso pesante, a pieghe, lunghi a coprire il ginocchio; ai piedi, stivaletti-sandalo fetish da cocotte, ma in colori fluo. Il minimal è servito, e così pure il romanticismo, e la moda, finalmente, si riconcilia col presente. Per Miuccia Prada far vestiti è indieme pratica di design e pensiero, osservazione e rielaborazione, ed è per questo che la amiamo. In tema di overload visivo, la serra portoghese di Wunderkind è così ricca di colori e motivi da risultare quasi soffocante, mentre da Hermès continua la ricerca di sicurezza e il ritorno alle origini, tema che attraversa in diagonale tutta la stagione. Jean-Paul Gaultier, giunto alla prova di congedo, reinterpreta così il dna equestre della maison in chiave argentina, puntando sui bustier di pelle come elemento passepartout. Il risultato è insieme borghese e perverso, e la Kelly, miniaturizzata, si attaccata al polso con un bracciale, in un triofo di branding feticista. Del resto, lo abbiamo detto più volte, il legame tra moda e desiderio è fortissimo. Il feticismo ne è l'espressione somma.
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