L'immaginazione dei giovani stilisti si ribella alle formule del passato
Tags: Antonio Marras, Blumarine, design, Donatella Versace, Etro, Gabriele Colangelo, Marco de Vincenzo, moda, Moschino, Trussardi, Umit Benan, Versace

Sarà per colpa della rete, e prima ancora della tv, ma pare che alla bidimensionalità piatta e ignorante dell'immagine per l'immagine, frenetica e pervasiva, ma poco resistente al test del tempo, proprio non ci sia scampo. Anche la moda, ultimamente, vive intrappolata in un non-spazio senza profondità, cocciutamente e limitatamente visivo, con tutte le storture e gli eccessi del caso. Però, c'è anche chi comincia a ribellarsi, anteponendo il tatto, la fisicità dell'abito nel suo rapporto personale e privato con il corpo, alle ragioni del design puro e duro.
Paradossalmente, sono proprio i creatori più giovani, i figli della generazione zapping e i testimonial della plug generation - sulla carta, i più visivi di tutti - che con timida fermezza continuano a guadagnare posizioni sulla ribalta milanese, ancora dominata dai dinosauri, i primi a tentare di percorre nuove strade, se si vuole più sperimentali e autentiche. In modi diversi e con risultati antitetici Marco de Vincenzo e Gabriele Colangelo, entrambi poco più che trentenni, antepongono la materia al design, lasciando quasi che questo si generi per ferreo determinismo, in una simbiosi organica tra linguaggio e strumento. De Vincenzo guarda ai bassorilievi antichi per poi scattare senza remore in avanti, e si inventa una serie di abitini di maglia spruzzata nei quali le coste seguono e ridisegnano le curve del corpo, all'occasione pure spalmate di vernice oro: armature mai viste, sintesi perfetta di sapere antico e cultura contemporanea, con giusto un tocco di romantico e squinternato fai-da-te.
Più delicato e rarefatto, ma non meno consapevole che il mondo là fuori è una giungla d'asfalto feroce e abrasiva, Colangelo esplora, sulla scia di Gerard Richter, lo iato che separa la realtà dall'astrazione. Per farlo, punta su forme di una purezza elementare e si concentra sulle superfici, sempre lucide, intense, intricate; impossibili da decifrare se non ricorrendo al tatto, perché quello che sembra cellophane magari è seta, e viceversa, sempre che poi, nel mondo di oggi, naturale e artificiale debbano continuare ad opporsi.
A confronto di cotanta immaginifica astrazione, le torere e le spagnolite di Moschino hanno un che di paradossale nella loro aderenza ortodossa al "tema", ma in fondo va bene così, perché la forza della maison Moschino è proprio l'aver costruito un linguaggio in apparenza irriverente, in realtà classico, che altro non è se non una reinterpretazione ironica, ma chic, di stereotipi e formule vestimentarie ogni volta diverse. Certo, magari questo tipo di sfilata fa pensare agli anni 80, ma ogni tanto un po' di nostalgia può consolare.
Anche Antonio Marras è un po' nostalgico: di un tempo in cui la vestaglietta era sinonimo di erotismo, e la vestina di seta della madame suscitava fremiti interiori nei suoi interlocutori. Romantico, senza sbavature, inaspettatamente sensuale, Marras trova una nuova via, concisa ed efficace, e convince, mettendo da parte gli eccessi e il pathos di una volta.
Nessun romanticismo, ma pletora di borchie, stelle marine e via plissettando e decorando per le sirenette bombardone di Versace, vestite di abiti microscopici o lunghi fourreau ricamati, di shorts da pin-up e giubbetti da motociclista. In una stagione di plateali omaggi al lavoro del fratello, Donatella Versace quasi rinuncia alle stampe, per esplorare il cotè hard, sfrontato della seduzione, con una tenacia che sfiora il martellamento. Ma davvero c'è ancora bisogno di tanta durezza, di un sex appeal cosí aggressivo? A far due conti forse no, e infatti il senso di time-warp e i deja-vu è forte. Quanto ad anacronismo, comunquel la signora carioca di Blumarine le batte tutte, con le sue guaine e suoi fiori plasticosi che fanno avanspettacolo. Da Etro, invece, le cose vanno meglio: linee scivolate e modernismo jazz age, perché agli anni 20, a questo giro, non si sfugge proprio.
Da Trussardi, infine, è lo show spettacolare, organizzato con profluvio di mezzi nientemeno che nella piazza d'armi del Castello Sforzesco, a sovrastare tutto. Del resto, il centenario è un bel traguardo. Prova difficile, quanto a tempismo, per il neo direttore creativo Umit Benan. Alla prima esperienza con una collezione femminile, il giovane turco se la cava inventando una figura di donna viaggiatrice dalla allure nonchalant e vagamente mascolina : un personaggio intrigante, non di immadiata lettura, nè di immefiato potere seduttivo, presentato, paradossalmente, con uno show pirotecnico. Il dilemma tra vedere e toccare, tra cultura bidimensionale e introspezione tridimensionale, a quanto pare, rimane aperto.
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