Balmain evoca il rock-barock di Versace, aria fresca da Rick Owens e virtuosismi per Balenciaga
Tags: AF Vandervorst, Ann Demeulemeester, Balenciaga, Balmain, Carven, Gianni Versace, jeans, Lutz, Martin Margiela, Nina Ricci, Olivier Rousteing, pelle, Rick Owens, Sharow Wauchob

È curioso: mentre la moda italiana, con le dovute eccezioni, perde di compattezza e, soprattutto, di identità, afflitta da una endemica incapacità di rigenerarsi - il sistema è bloccato, e le menti migliori lavorano all'esterno di esso, oltre i margini, o nelle nicchie - il resto del fashion system rende omaggio all'età d'oro del made in Italy, e ai suoi protagonisti, capaci di creare uno stile riconoscibile nel mondo intero. Il grande, e mai dimenticato, Gianni Versace, in particolare, è oggetto, in una stagione di ritrovata, rinnovata opulenza, di citazioni che vanno dal sottile al plateale, alla copia bella e buona.
È stato sorprendente, ieri, vedere un giovane francese - seppure con una lunga esperienza lavorativa in Italia - Olivier Rousteing, al debutto da Balmain, pagar pegno al maestro italiano con slancio e limpidezza. Certo, l'omaggio non è dichiarato, ma il fatto che sia tacito non lo rende meno palpabile: le camicie di jeans con i pantaloni di pelle ricamata, gli abiti grondanti pavè, il fasto sfrontato e scintillante, puntano tutti dritti verso il repertorio della Medusa. Rousteing, che è giovanissimo e che sarà stato al massimo alle elementari quando il buon Versace sfondava la barriera del (buon) gusto a suon di Rock-Barock, deve avere memorie retiniche di quel passato: scommettiamo che il suo imprinting creativo è avvenuto in quel momento. Per questo, la sua è una visione che con il mondo Balmain ci va a nozze: forse addirittura troppo. Insomma, il ragazzo svolge bene e con zelo il suo compito di traghettatore del marchio, ma senza scarti degni di nota; anzi, l'ortodossia è tale da sconfinare in mancanza di leggerezza. La nonchalanche delle donne Balmain, in questa prova, è andata, sostituita da una presenza impositva e statuaria. Vedremo cosa succederà da qui in poi.
A confronto di cotanta opulenza fuoi dal tempo, la geometria affilata ed eterea di Rick Owens è una boccata d'aria fresca che riporta al presente, spalancando orizzonti rinfrancanti sul futuro. Alle femmine ferine e decorative che altrove vanno per la maggiore, Owens preferisce figure dalla sensualità ieratica, che però tutto sono fuorchè donne angelicate. Al contrario, sono forti, combattive, sicure; però, seducono con mezzi nulla affatto plateali: la fragilità del polso che sbuca dalla giacca-cappa dal sapore couture; la caviglia che si intravede dalla gonna incrociata a portafoglio sul dietro; la curva del collo, sempre in evidenza. La linea è allungata, con la vita alta, e ha una grazia infinita; verso il finale dello show, però, si solidifica in una serie di patchwork grafici su brevi giacche e cappottini senza maniche, insieme ancestrali e futuribili: la versione Owens dell'opulenza di stagione, o forse, meglio, sintesi elegante di calma olimpica e istinto di sopravvivenza.
Altrove l'opulenza assume un tono nomade, desertico. Pur senza abbandonare l'amato nero, Ann Demeulemeester trova una leggerezza inattesa, e immagina una donna che è predicatrice e avventuriera, che si veste di veli, di nappe, di frange, ma che su tutto porta il cappellaccio di pelle; slegata dalla becera materialità, sembra sapere quel che le è davvero necessario, perché il resto è solo superfluo, e le è indifferente. Da AF Vandervorst lo scenario è simile, ma il tono più marcatamente militare: galloni, passamanerie, nappe si attorcigliano intorno al busto, disegnando linee mosse e sinuose, mentre i cappelli con il pennacchio aggiungono una nota teatrale e inquietante. Perché, per quanto leggeri, i Vandervorst, come la Demeulemeester, sono pur sempre belgi, e al male di vivere proprio non riescono a rinunciare.
Altrimenti, è la couture, distillata alla sua essenza : il trionfo del virtuosismo e delle costruzione. Da Balenciaga il fantasma di Cristobal, l'augusto fondatore, aleggia assai più del solito, e non certo per la riproduzione fedele di un noto copricapo d'archivio - era velo da sposa, ora è bizzarra visiera; nemmeno per le forme, che a dire il vero sono così astratte da non avere alcun immediato rimando al repertorio della casa. No, l'eredità è evidente proprio nella scelta, testarda e tenace, di anteporre le ragioni dell'idea e della forbice a quelle della figura umana, riuscendo però a produrre, paradossalmente, capi di gran ricerca, ma perfettamente portabili, dai giubbottini-diagramma alle bluse morbide, dai pantaloni dalla vita alta - anche di denim - ai lunghi abiti monastici. Come sempre, sono i materiali, corposi e sintetici, a far la differenza, e così pure i colori, densi e lustri, arrangiati in sottilissime combinazioni.
Anche da Lutz, creatore defilato ma di grandissimo talento, già braccio destro di Martin Margiela, si gioca con le costruzioni architettoniche e gli scintillii metallici, ma qui il discorso è più morbido, concettualmente, e più includente: la collezione è pensata per donne dallo stile di vita dinamico, e per questo poco inclini ai preziosismi e alle smancerie.
Sono invece bambolone anacronistiche, vestite come protagonsite di una commediola tardi anni 50, le signorine col cestino in testa di Nina Ricci, la maison che ha l'Air du Temps tra i suoi profumi di maggior successo, ma che l'aria del tempo non sembra minimamente respirarla, almeno per ora. Assai meglio le mesdames perversamente vestite di intricatissimi nonnulla di pizzo di Sharow Wauchob, e le ragazzine di Carven, con lo zaino e l'abitino stampato o la mini e la giacchetta sagomata, gioiose e ottimiste come una bambina che, per la prima volta e non troppo seriamente, gioca a fare l'adulta.
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