I nomi che hanno fatto grande Milano continuano a farla tale, dando conferme
Tags: Dsquared2, Gianfranco Ferrè, Giorgio Armani, Roberto Cavalli

Accade di rado a Milano che ci si sorprenda. Ancora di più, che a sorprendere sia un debutto. Ormai da tempo la città ha rinunciato, ahinoi, al ruolo di incubatore del nuovo, riducendosi a culla del mainstream. Un mainstream sovente grandioso, certo, ma destinato a seccare senza nuova linfa. Non tutto è perduto, però.
Il varo del nuovo corso da Gianfranco Ferrè, ieri, in chiusura di calendario, è stato una inaspettata, e per questo doppiamente benvenuta, boccata d'aria fresca: per eleganza, per dinamismo, per capacità di condensare una difficile e finora bistrattata eredità in un segno contemporaneo. Merito della coppia Piaggi & Cintron (due talenti che da dieci anni si muovono dietro le quinte, e che finalmente guadagnano la ribalta): due trentenni che senza fanfara e senza svolazzi couture riescono a raggiungere il nocciolo del verbo Ferrè - il senso architettonico della costruzione, una sofisticata alterigia - privandolo di ogni rigidità, materiale e concettuale. Tutto, così, si fa fluido, ma ogni curva è il frutto di uno studio certosino del volume; la linea è sinuosa, dinamica, sottolineata dalle campiture piatte di colore e non colore - non una stampa in vista, sia lodato il cielo; maschile e femminile coesistono disegnando una figura di donna volitiva, come piaceva a Ferrè, ma per nulla madame, con la lunga cintura annodata in vita, come si farebbe su un kimono, a far da ponte tra il passato e il presente della maison. E se di sera qualche piuma di troppo, e qualche tocco metallico ce li potevano risparmiare, poco importa: i semi del buono ci sono; basta aspettare che fruttifichino.
I nomi che hanno fatto grande Milano, intanto, continuano a farla tale, dando conferme. È il caso di Giorgio Armani, che prosegue l'opera, iniziata ormai da alcune stagioni, di ritorno all'essenza del proprio verbo, alla scoperta di un fraseggio cristallino, terso, nel quale la storia si legge in trasparenza, senza compiacimenti, guardando in avanti. Concentrato e preciso come non mai, re Giorgio si ispira alle iridescenze del mare, e lavora in sottrazione, togliendo tutto ciò che non è necessario, persino il collo e i bottoni, a giacche e abiti che hanno una consistenza liquida, realizzati in una gamma di colori metallica e lunare che è una versione nuova, e convincente, dell'amato greige. Persino il tailleur, il grande cavallo di battaglia, si scioglie in un disegno nuovo, mentre gli abiti da sera paiono onde che si sono solidificate per un istante intorno al corpo. Ci vuole un maestro di lunga esperienza per trasformare la precisione in poesia, e Armani ci riesce senza sforzo.
Sembrano bambole perfide - di quella durezza metallica e gelida del ghiaccio bollente, cui proprio è impossibile resistere - le donne di Roberto Cavalli. Coperte di colate d'oro, non conoscono mezze misure: portano il flapper a pieghe corto e sfuggente, da bambina, oppure l'abito lungo e svolazzante, da punk che fu hippie, che sfiora terra; sopra, a mo' di armatura, ci indossano la giacca da uomo senza collo, dal taglio secco e geometrico. Come una Sherazade metropolitana, seducono con una opulenza affabulante che è aspra e non più barocca, che è sorprendente e scintillante ma, paradossalmente, non eccessiva. È bello vedere il mondo di Cavalli farsi più duro e sperimentale, senza perdere di fascino, senza tradire l'artigianalità, anzi portandola ad un nuovo livello. Certo, la strada presa non è delle più facili, se si considera il pubblico di riferimento Cavalli, ma ogni tanto osare, uscire da sè, scardinare i clichè è salutare. Lo fanno i grandi, perchè sanno che l'autocompiacimento è letale.
Quelli che invece hanno un po' rinunciato a mettersi in gioco, compiacendosi dei traguardi raggiunti, sono i gemelli Caten, che da Dsquared2 alle ragioni del design ormai antepongono quelle dello styling: in altre parole, fanno sempre la stessa cosa, ma la presentano ogni volta in modo diverso. A questo giro il tema è un festival rock, tra Woodstock e Glastonbury, e allora via di biker jaket, abiti lunghissimi, cappellaci e glitter, con la bottiglia della birra in mano a mo' d'accessorio. Per carità, lo show è travolgente, ma di nuovo, se si escludono i pailletè effetto fango, c'è ben poco. È tempo di rimboccarsi le maniche e creare.
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