Da Marni a Ferragamo, in passerella si sperimenta con prudenza
Tags: Alessandro Dell'Acqua, Aquilano Rimondi, Brioni, Dolce&Gabbana, Ferragamo, Marco De Vincenzo, Marni, Missoni, Sicilia, Ter et Bantine

A cosa serve davvero una sfilata? Non necessariamente, e di certo non sempre, a vendere, almeno a giudicare dagli sguardi sovente esterefatti dei compratori. Non è nemmeno una performance fine a se stessa, però, con buona pace dei designer integralisti che sostengono le ragioni intransigenti della creatività pura. Una sfilata è un mezzo: lo strumento migliore che sia concesso ad uno stilista per comunicare la propria visione della stagione, nella maniera più diretta e non adulterata possibile, ossia quella che meglio risponde all'ispirazione originale. Il che, naturalmente, spiega gli inevitabili eccessi di trucco di parrucco e pure di assemblaggio. Quel che conta è il messaggio, insomma, anche se, nei nostri acceleratissimi tempi di ibridazioni e contaminazioni, di multidisciplinarità e post-produzione, non sempre il messaggio è di facile o immediata identificazione e lettura. Le sfilate milanesi, a questa tornata, hanno segnato una inversione di tendenza, in questo senso. Alle collezioni multitema, così in voga una volta, si sono sostituite quelle monotematiche, basate su una idea sola, esplorata, sovente ad nauseam, in tutte le sue possibili variazioni e declinazioni, giusto per star sicuri che il messaggio arrivi chiaro e forte a destinazione. Ma sarà davvero così? A scuola, ci dicevano che repetita juvant. Gli alunni burloni aggiungevano lesti: sed stufant.
La quinta giornata si apre da Marni all'insegna dello sport, cotè lisergico e, come è tipico della casa, decorativo. Ormai da tempo Consuelo Castiglioni ha ridotto, fino quasi a silenziarlo, l'aspetto naif dell'estetica Marni, senza per questo rinunciare al tocco spontaneo, casuale, vitale. Questa stagione le sue ragazze sono indecise tra aviazione e pesca subaquea: portano cuffie di pelle non sai se da pilota d'aereo o da nuotatrice sincronizzata, e indossano pantaloni da muta, a 3/4", sotto grembiulini svasati e anorak con la zip; su tutto, gettano brevi spolverini di pelle traforata, e ai piedi portano grossi sandali piatti con frange da mocassino. Il look, forse troppo complesso ed eccessivamente studiato, è questo, senza deroghe, ed è ripetuto in ogni possibile variazione di pattern e di texture, dalle stampe simultanee al pizzo, dalle righe alle pailettes opache, con un effetto bad trip o alluncinaziobe tout court. Il mondo di Marni, lo sappiamo, è colorato e allegramente cacofonico: a questo giro, semplicemente, l'incastro di tutti gli elementi della mischia riesce con meno grazia del solito. Nulla di grave.
Alessandro Dell'Acqua, al debutto al timone da Brioni, riesce felicemente nell'impresa di svecchiare, e soprattutto alleggerire, la storica maison, portando una dose massiccia di quella sensualità svelta che è la sua sigla inconfondibile in un mondo fatto finora di rigidi rituali e tradizione stantia. Il sano e necessario repulisti è una boccata d'aria fresca: via rigidezze e classicismi sclerotici, ecco che compaiono sensualità e brio, in una alternanza di abiti danzanti e tailleur maschili, di pizzo e di crêpe, di toni neutri e sciabordate di rosso. Se il buon giorno si vede dal mattino, il matrimonio Dell'Acqua/Brioni promette il meglio.
Da Dolce&Gabbana, subito dopo, il mantra è, come già la scorsa stagione: sicilianità e artigianalità. La declinazione, questa volta, è però in bianco totale, perché Domenico Dolce e Stefano Gabbana pensano alla Sicilia dei corredi, delle lenzuola di lino e del ricamo a sfilato, del sangallo e dell'uncinetto, senza per questo cadere, grazie al cielo, nella palude del folk. Sparigliano le carte alternando bustini e guepiere ad abiti volatili cone camicie da notte, realizzando col pizzo da corredo il tailleur che strizza l'occhio a Coco Chanel, magari ricamandone i bordi con grossi cristalli, e il risultato è una collezione in cui perbenismo e carnalità si mescolano senza pathos, anzi all'insegna di una rinfrancante noncuranza.
Certo, l'effetto complessivo è un po' retorico e monocorde, ma i due designer, ritrovata ormai la via della Sicilia che li vede sempre creativamente al meglio, non perdono un'oncia di smalto.
Dopo le silhouette sinuose mosse da stampe pixellate e patchwork piumati di Marco De Vincenzo, giovane talento molto amato da Carine Roitfeld e da tutta la cricca di Vogue Paris, è la volta del folk astratto e un po' lugubre di Angela Missoni, che per i suoi poncho pieni di scritte e i suoi buffi cappelli da spaventapasseri sembra ispirarsi ai dias dos muertos, il carnevale messicano che si celebra ogni anno il 2 novembre. Pur vitale e come sempre coloratissima, la collezione ha in effetti una nota dark molto forte, in sottofondo, e questo stona non poco con l'esprit della casa, almemo per come lo abbiamo conosciuto fino ad ora. L'introduzione di nuova linfa e nuova energia, non ci stanchiamo di ripeterlo, è sempre positiva; andar giù duro, invece, è una scelta opinabile, che fa in genere più male che bene.
Da Versus, Donatella Versace e Christopher Kane giocano con gli intarsi per disegnare una silhouette body conscious ma acerba, e fanno centro. Nessun eccesso, nessun colpo di testa da Ferragamo, dove Massimiliano Giornetti, alla seconda prova con la collezione femminile, si conferma uomo giusto al posto giusto, producendosi in una prova assai chic e misurata di glamour anni 70 a base di fluidità, lunghezze alla caviglia e colori organici rotti da picchi vivaci. Ancora colore, e ancora anni 70, da Aquilano Rimondi, che se da un lato esplorano, a suon di tinte shock e volumi compressi, le possibilità della giacca da tailleur, dall'altra si lanciano in una esplorazione inattesa, non troppo felice perchè forse poco sentita, delle possibilità del flou e della microstampa, con varie strizzatine d'occhio al seminale lavoro di Walter Albini. La collezione è compatta e fila liscia, ma il salto dal virtuosismo al semplicismo si avverte un po'.
La giornata si conclude all'insegna della purezza e della naturalezza da Ter et Bantine, dove Manuela Arcari disegna un intrigante percorso a ostacoli che dalla semplicità porta alla complicazione, per poi tornare indietro. Il messaggio è chiaro: la sensualità non sempre e non necessariamente coincide con l'esibizione ostentata del corpo. Anzi, sono proprio ritrosie e reticenze a sedurre, perché i vuoti e gli occultamenti vanno riempiti dalla mente, non dagli occhi.
pagina 1 di 1
|
||
| gallery | blog | |
| archivio notizie | archivio speciali | |
| titoli | tags | |
|
||
| Yoox | MyPrestigium | |
