Da Prada a Fendi e a Sportmax, le passerelle si incendiano di colori
Tags: D&G, Fendi, Frankie Morello, Karl Lagerfeld, Milano, Prada, Sportmax

A questo punto, tra New York, Londra e i primi due giorni di Milano, la fisionomia dell'estate 2011 - polimorfa e frammentata, naturalmente, perché i nostri non sono certo tempi di tendenze monolitiche, sempre che la parola tendenza abbia ancora un senso - comincia lentamente ma precisamente a delinearsi.
Il bisogno di purezza, o di semplice purificazione, è dilagante - visti la temperie fosca, come aspettarsi il contrario - e allora via al bianco totale e alle forme semplici, sovente a grembiule, quasi da educanda. Ma c'è anche voglia di colore: primario, piatto, vibrante. Non pittorico, anzi astratto, decisamente antiromantico, è un colore usato per trasformare la silhouette in una somma di parti, per dare un twist secco e geometrico alle forme così perbene che invadono le passerelle. Il colore, nelle sue più diverse declinazioni materiali e concettuali, è proprio il protagonista della seconda giornata di sfilate milanesi.
Le danze si aprono di buon mattino all'insegna della sveltezza da Sportmax, dove gli orli sono corti, le forme a trapezio e dettagli di vernice - una banda sull'abito da bambina, un colletto isolato che diventa collier - aggiungono colpi di luce. È una adolescente ben messa e garbatamente insolente quella che qui si materializza: una fanciulla in fiore pronta a passare in un battibaleno dal bianco space-age allo sport per poi piombare dritta nella leggera psichedelia di stampe che ben esprimono il coté lisergico - sottotraccia ma ben presente - della stagione. Certo, come sempre a questa latitudine dello spettro modaiolo gli echi di altre cose, viste altrove, sono massicci, ma l'assemblaggio è ben riuscito, perché dopo tutto - come scrive Nicholas Borriaud - viviamo l'era della post-production, del trionfo del montaggio sulla creazione tout court, e allora può anche andar bene così.
Con il revival anni 90 attualmente in corso era questione di giorni prima che Courtney Love, l'icona grunge del glamour sfatto, tornasse alla ribalta come modello di (contro)stile, e infatti eccola in tutto il suo splendore di tulle acciaccato, trucco colante e capelli unti, da Frankie Morello. Lo spettacolo è oggettivamente divertente, e la coerenza e originalità della ispirazione sono lodevoli, ma a dirla tutta di Courtney all'apogeo tossico non sentivamo la mancanza. O forse sì?
Tutto al contrario, da Fendi c'è voglia di perbenismo e sensualità, ma non, grazie al cielo, del trito e abusato bon ton che per troppi designer, in questo momento, è una via di fuga e una comoda valvola di sfogo quando non sanno da che parte andare. Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi, invece, sanno esattamente dove andare, e arrivano dritti al punto: per sedurre, oggi, è meglio una gonna che copre il ginocchio indossata con una blusa aerea che scopre le spalle, a patto che la vita sia segnata; delle guaine da bombardona e delle mini inguinali non se ne può davvero più. Anzi, è proprio lo spazio tra corpo e vestito, lo iato tra carne e tessuto a creare un cortocircuito che tanto più seduce, quanto meno rivela. Lagerfeld prende ispirazione da un preciso momento storico, la cuspide finale degli anni 70 e la prima manciata degli anni 80: l'era delle gonne longuette e delle borsette a tracolla; quella, per così dire, del glamour da segretaria reso seducente da Charlie's Angels e trasformato in formula modaiola dallo stesso Lagerfeld ai tempi di Chloé. Il riferimento è chiaro, al limite anche autoreferenziale, ma l'uso sapiente di colori vivaci e campiture piatte evita l'eco vintage, ed è un gran bene. Perché, a questo punto, vintage è una parolaccia, ed era pure ora.
Da D&G, subito dopo, la voglia di innocenza che è nell'aria si traduce in fiori: una marea di fiori, stampati sui camicioni di chiffon che sarebbero piaciuti a David Hamilton, su camicette indossate su bermudoni vichy, su tunichette e quant'altro. Divertente e rinfrancante alle battute d'inizio, il flower power con inno al giardinaggio diventa però presto stordente, da tanto che è martellante, e l'effetto è che il messaggio non è amplificato, ma anzi indebolito dalla ripetizione, perché non sempre repetita juvant. Una cosa comunque è certa: la seduzione 2011 è in lungo, quindi sarà meglio abituarsi fin da ora.
Quando la moda attraversa momenti di blandizia e si sta tutti lì ad aspettar la scossa, Miuccia Prada puntualmente consegna all'immaginario collettivo quanto richiesto, a modo suo e nella formulazione più stimolante e incomprensibile, confermandosi ineguagliabile genio dello stile come stortura, provocazione, sovversione. Borghese, ça va sans dire. Questa volta, la collezione è una vera molotov a base di colore, righe baiadera e pauperismo carcerario da un milione di volts. Le forme a clessidra degli anni 40 - con tanto di stivaletti-ceppo a zeppa multistrato e multicolor - si mescolano così a quelle scivolate degli anni 30, mentre Carmen Miranda parte per la tangente messicana vestita di sombrero e righe da carcerato e la sciantosa da nightclub con la stola di volpe in colori off ci mette un abito che pare un grembiule da lavascale. In altre parole, uno di quei fantastici cortocircuiti di cui solo la signora è capace, con picchi di delirio post pop nelle stampe pseudo-barocche. A far sì che non si scada nel carnevale, il cui rischio è dietro l'angolo, è però la scelta felice dell'opacità: quella spenta e proletaria del cotone grosso, l'unico materiale, praticamente, dell'intera collezione, che con i suoi aranci saturi, i neri densi e i colori elettrici suona di sguincio anche come un inno all'abbigliamento da lavoro delle carceri e degli asili mentali. Del resto, la moda è insieme una forma di follia e di schiavitù, e Miuccia Prada lo sa bene. Trasformare questa considerazione in un musical baraccone ma cerebrale è perversione pura, e per questo irresistibile.
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