L'infatuazione per il maestro Saint Laurent (e non solo lui) domina le passerelle milanesi
Tags: Alberta Ferretti, Alessandro Dell'Acqua, Francesco Scognamiglio, Frida Giannini, Gianfranco Ferrè, Gucci, Karl Lagerfeld, moda, N.21, Sergio Rossi, Vincenzo De Cotiis, Yves Saint-Laurent

Gli esterni al sistema moda spesso si chiedono come nascano le tendenze, cosa provochi i revival, cosa faccia sì che un nome per lungo tempo dimenticato diventi così, d'amblé, di impellente attualità. La spiegazione dettagliata, naturalmente, non esiste: lo spirito dei tempi, l'avvolgente e totalizzante Zeitgeist vive di dinamiche così intricate da risultare inesplicabili. Eppure, certi segnali si possono cogliere nell'aria già mesi prima di concretizzarsi in linee, colori, stampe e atteggiamenti. Ci sono certe mostre e certi libri, ad esempio, la cui influenza e il cui impatto sul sistema sono potentissimi. Si prenda l'attuale infatuazione per il grande Yves Saint-Laurent, così diffusa da aver provocato più di una conversione sulla via di Damasco. La grandiosa retrospettiva parigina al Petit Palais, accompagnata da un altrettanto grandioso, iper-dettagliato - e costosissimo - catalogo ragionato ne è senza alcun dubbio il fattore scatenante. Ora, dire che il magnifico Yves sia una scoperta dell'ultimo minuto sarebbe una assoluta eresia, perché da sempre Saint-Laurent è un designer's designer, apprezzato e riverito da tutti, con l'esclusione, vabbè, del rivale di sempre, Kaiser Karl Lagerfeld. Semplicemente perché Saint-Laurent ha prefigurato e anticipato la moda contempranea in quasi tutte le sue diversioni, dal minimal geometrico alla bohème bourgeois, dal maschile/femminile al folk, e lo ha fatto con una capacità di sintesi e una eleganza che è davvero dono di pochi.
Oggi, però, gli omaggi al genio triste si sprecano, e con quelli vengono pure, inevitabili, le storture. Lo si è visto nella prima giornata di sfilate milanesi per la primavera-estate 2011: lo spettro di monsieur Yves aleggiava, più o meno chiaramente visibile, da parecchie parti, con esiti discordanti. Da GucciFrida Giannini dimostra che anche l'omaggio si può fare con originalità e intelligenza. Lei, nel calderone, mette il Saint-Laurent dei primi anni 80 - quello dei colori intensi delle pietre preziose e delle spezie, arrangiati con un gusto per il contrasto che sarebbe tanto piaciuto a Paloma Picasso, altra icona pronta per il revival - ma ci aggiunge un richiamo o due, non dichiarato ma inequivocabile, a Gianfranco Ferrè - quello dell'esotismo trasfigurato e del decorativismo rigoroso - e alla fine elabora il tutto in una sintesi personale. Si vede anche che nel giocare alla citazione senza lasciarsi andare al manierismo - sia detto per inciso, anche la riscoperta di Ferrè non è casuale, vista la recente pubblicazione delle sue Lezioni di moda - la Giannini ci ha preso gusto: la collezione è un vero crescendo, una amplificazione progressiva di sex appeal che dai rasi passa alle frange e all'anatomia disegnata da lacci e laccioli, per poi concludersi con spettacolari abiti-totem, brulicanti di piume e pietre come feticci tribali.
Per una volta non si avverte quella urgenza di vendere, spiattellando magari il logo per ogni dove, che in passato ha reso certe collezioni Gucci puri esercizi di marketing. Il risultato è che, finalmente, anche il glamour lustro e patinato del marchio mostra, sotto lo scintillante manto di algida perfezione, un barlume di anima.
Anche Francesco Russo, designer invero un po' pomposo e autoriferito della collezione Sergio Rossi, pensa a Yves Saint-Laurent: alla sua fase predatoria e sexy, quella dei decori di metallo pre-Halston e del corpo trasformato in una mappa feticista del desiderio. Il risultato - sandali di cuoio con tacco d'oro e via scorazzando nel manuale del sadomaso a misura di piede - è convincente, ma manca ancora l'energia del vero creatore.
Da Alberta Ferretti invece più cambia più è la stessa cosa: delicatezza, leggerezza, malinconia. Un po' più acerba e adolescente che in passato, la donna della Ferretti vive intrappolata in una specie di giardino incantato, nel quale tutto ciò che le serve sono lunghi camicioni impalpabili a stampe sbiadite: forse poco, per costruirci intorno una intera collezione.
Applaudito con vigore alla fine della seconda prova col marchio N.21, Alessandro Dell'Acqua si dimostra invece in grande forma, perché se c'è una cosa che gli riesce davvero bene è fare abiti che a certe donne - quelle che vogliono essere sexy senza per questo rinunciare ad una certa sveltezza - stanno benissimo. Certo, Dell'Acqua non è un originale: nel suo lavoro l'eco di altri designer, da Helmut Lang ad Alaïa, da Jean Colonna a Phoebe Philo, è sempre stato chiaro, al limite dell'omaggio, ma lo stilista napoletano ha se non altro il merito di saper scegliere le fonti, e di saperle poi elaborare in un fraseggio personale, che è insieme carnale e incisivo, sperimentale e comprensibile.
Non è per nulla comprensibile, invece, la furia couture di Francesco Scognamiglio, che con esibito virtuosismo trasforma le sue donne in bellissimi oggetti, quasi degli arredi per una fantasia fetish-rococò nella quale il rigore di Cristobal Balenciaga e la bohème bourgeois di Saint-Laurent si intrecciano in una cosa sola. Nel tentativo di lasciare un segno, Scognamiglio commette un fatale errore: va giù duro, troppo duro, dimenticando che, di questi tempi, è meglio suggerire che definire. O no?
Viste a fine serata in una piccola galleria, le impalpabili ma dannatamente sensuali creazioni di Vincenzo De Cotiis, nate da assemblaggi di materie recuperate, attraversate da decori delabré e stampe corrose, convincono davvero che sono i calmi e i silenziosi a fare le rivoluzioni. Yves Saint-Laurent era uno di loro.
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