Formule semplici e comode per chi non si ferma mai. Ma per il sex appeal il tempo si trova sempre
Tags: Albino, Blumarine, Bottega Veneta, Emporio Armani, Jil Sander, Just Cavalli, Max Mara, Mila Schön, moda, Peter Dundas, Pucci, Raf Simons, Tomas Maier

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Le immagini delle sfilate Blumarine, Just Cavalli, Jil Sander, Max Mara e Mila Schon |
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Tomas Maier: «Le mie creazioni light per la quotidianità e non per il red carpet» |
C'è poco da girarci intorno: viviamo un'epoca che va veloce. Vuoi per il sovraccarico di informazioni, vuoi per la rivoluzione tecnologica, vuoi pure per la massa attanagliante e in continuo aumento di necessità, incombenze, impellenze, il tempo per i fronzoli, materiali e immateriali, è praticamente nullo. Chi si ferma è perduto: l'adagio è questo, e seguirlo richiede un atteggiamento spiccio e risoluto. La questione è quanto mai evidente quando si parla di moda e di stile: i lunghi, complicati e affascinanti rituali di vestizione delle nostre madri - e sì, anche quelli dei padri - ad esempio, sono a questo punto preistoria, così come certe formule e certe soluzioni dell'abbigliamento quotidiano.
Il cronometro della moda, ossia l'abbinamento abito/occasione, poi, è bello che andato, sostituito da adattabilità e trasversalità. Il che, naturalmente, non vuol dire che sciatteria e poca cura siano le nuove regole. Semplicemente anche il glamour, in questo presente lanciato a mille come una supernova pronta ad infrangere il muro del suono, va veloce: vive di formule dinamiche. Del resto, velocità è sinonimo di modernità. O no? Sveltezza e dinamismo, a proposito, sono i protagonisti della quarta giornata di sfilate milanesi. Lo si chiami pure, se si vuole, voglia di un nuovo ritmo, necessità di sintesi e chiarezza; lo si chiami pure, nei casi meno originali, effetto Cèline, con corollario di nuovo minimalismo e derive semplicistiche.
È a suo modo un originale Tomas Maier, che riesce a portare decostruzione e moderata sperimentazione da Bottega Veneta senza per questo tradire il credo discreto e iperlussuoso della casa, quello stesso credo espresso nello slogan che campeggia da sempre sulla quinta di fondo dello show: "when your own initials are enough" (quando le tue iniziali sono abbastanza). Maier continua l'opera di riscrittura del concetto di lusso iniziata la scorsa stagione: elimina, o forse meglio diluisce, l'esprit bourgeois che troppo a lungo ha dominato le sue collezioni per lasciar spazio ad un tocco di controllata casualità, di sofisticata ruvidezza, persino di delicata aggressività.
Crea abiti liquidi e semplici come t-shirt che in realtà sono complicatissimi puzzle di materie, con la rete che si unisce alle pelle e al jersey senza una sbavatura o una forzatura; taglia tailleur pantaloni magistrali, ma lascia le cuciture all'esterno, quasi a suggerire una idea di non finito, idea che esplora poi negli abiti stampati che sembrano nascere quasi da sè da un sapiente avvolgimento della stoffa intorno al corpo. A sottolineare il nuovo corso, dosi massicce di nero e poi di bianco, e sandali piatti dal lusso francescano. Bottega Veneta ha l'artigianalità come missione: lasciando una traccia del processo sul prodotto, optando per una versione tutta sua di seduzione casual, Maier trova un modo nuovo per esprimere il concetto, rendendolo moderno e veloce.
Da Emporio Armani, subito dopo, è la volta di una fancy girl a tutto glamour che del dinamismo dello stile moderno dà una interpretazione invero un po' sui generis: è così elegante e parata già di primo mattino, da arrivare perfetta fino a sera. La silhouette, qui, è costruita come una somma di parti, con le gonne sovrapposte a fare da fulcro a tutto un gioco di sinuosa geometria: la gonna che fa da base copre il ginocchio ed è stretta a fourreau; quelle che la copre è a lanterna, rigida e corta. L'effetto è una sorta di couture de-costruita, snodata, che mentre strizza l'occhio alle linee del passato si fa nonchalant e, per una volta, irridente, quasi ironica. Ripetuta in infinite variazioni, l'idea ad un certo punto convince quasi, anche se tradurla nella vita reale pare impresa ardua, mentre da Armani ci si aspetta in genere, e forse a questo punto a torto, maggiore pragmatismo. La moda in fondo è cambiamento, e allora tanto di cappello al maestro se oggi, con una carriera veneranda alle spalle, sente ancora il bisogno di mutare, anche a costro di contraddire le convinzioni di un tempo.
Dopo le donne farfalla di Mila Schön, prive finalmente delle rigidità cliniche del recente passato, troppo didascalico e fedele alla lezione della signora Mila, è la volta del minimalismo a tinte forti di Max Mara, dove l'eco del lavoro di Phoebe Philo è così evidente da sfiorare l'omaggio. La notazione non è critica, come forse sembrerebbe a tutta prima: la moda, infatti, non ha bisogno solo di innovatori linguistici, ma anche di diffusori. Max Mara è sempre stata, ed è ancora, esattamente questo: la maison che sintetizza e distilla il meglio dello stile contemporaneo, rendendolo leggibile e appetibile anche ai non fashionisti. Opera meritoria, pur senza medaglia al valore dell'originalità. A confronto di tanto purismo, il maculato pop di Blumarine pare preistoria, eppure ancora, in qualche modo, diverte.
Ma è da Jil Sander che il nuovo bisogno di sveltezza e dinamismo trova la sua espressione più energica, sofisticata e dirompente. In forma eccellente, Raf Simons emette un editto impositivo quanto essenziale, centrato tutto sul colore: vibrante, intenso, opaco e tropicale. È il colore che crea la forma e che disegna la silhouette, sempre fluida, ma non liquida, aerea ma netta; è il colore che, riempendo per intero lo spettro visivo, annulla la necessità di qualsivoglia decoro, orpello a questo punto inutile e fastidioso. Più passano gli anni, più Simons ammorbidisce le asperità del fraseggio per avvicinarsi a quel che, forse, le donne vogliono davvero: esser belle senza troppo sforzo. Oggi, trova una formula meravigliosa nella quale una semplice t-shirt bianca e una gonna lunga color evidenziatore vanno bene dalla mattina alla sera, perchè nella loro calibrata semplicità racchiudono e sintetizzano un ripensamento e una profonda rilettura di stilemi della couture e dell'eleganza che fu. Di quel repertorio, nelle mani di Simons, resta ad esempio il carrè del trench, trasformato in origami funzionale da giochi di termonastrature a contrasto, o magari la baschina della gonna, retta adesso da una semplice fascia-coulisse, in una decostruzione e ricostruzione dell'archetipo intramontabile dell'abito da ballo. Arrivare ad un simile risultato richiede una capacità di sintesi fuori del comune, perchè il purismo non è semplicismo: necessita di un duro e lungo labor limae, che Simons non si stanca di intraprendere ogni stagione, portando il fraseggio di volta in volta in nuove ed eccitanti direzioni.
Dopo tanto inaudito futurismo, le cowgirl a St.Tropez di Just Cavalli fanno quasi sorridere con le loro scalmane di boheme 70, ma alla fine dal buon Cavalli si va per trovare gioco e sensualità, non visioni di mondi a venire, e allora va bene così. Dopo la neo-couture campestre e delicata di Albino, la giornata si conclude con un rigurgito di sex appeal bombardone da Pucci, dove Peter Dundas continua a far di testa sua, portando la maison del divino marchsse in territori di, ce lo auguriamo, gran successo commerciale, ma poca o nessuna coerenza con la storia. Ambientata su un'isola mediterranea, tra squaw e ninfe discinte, la fantasia a tutto sesso, questa stagione, non quaglia: mancano leggerezza e ironia, e il mescolone, pur non privo di bei pezzi come i caftani bianchi e azzurri, è un po' indigesto. Certo, anche Dundas, bisogna dargli atto, non rinuncia alla sveltezza dello stile moderno: i suoi sono abiti fatti per essere tolti il prima e il più velocemente possibile. Per questo piacciono tanto, alle donne come ai loro uomini.
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