Nuove location, nuovi big nel (lungo) calendario e valorizzazione del «prêt-à-porter del massimo livello»
Tags: Armani, Camera della moda, Dolce&Gabbana, Londra, Mario Boselli, Marni, Milano, moda italiana, New York, Parigi, Vogue Fashion's Night Out

Mario Boselli è sereno come non lo era da tempo. Anzi, è sereno come non lo era da molti anni. La settimana della moda femminile che comincia domani a Milano, spiega il presidente della Camera della moda, è una rivoluzione copernicana. Un cambiamento in parte legato alla crisi che ha colpito l'intero settore, insieme all'economia mondiale, ma soprattutto figlio di una nuova mentalità e di uno spirito di squadra che nella moda italiana non s'era mai visto.
Lei parla di una formula delle sfilate rivoluzionata. In cosa consiste questo cambiamento?
È diverso l'hardware ed è diverso il software: è questa la metafora che preferisco. Per quanto riguarda l'hardware, per la prima volta dopo 30 anni il quartier generale delle sfilate lascia la struttura fieristica di via Gattamelata, sostituito da un mini network di location nel cuore di Milano, distanti una dall'altra non più di quindici minuti a piedi. Questo network, al contrario di quanto succedeva con via Gattamelata, servirà per le due edizioni della moda donna e per le due dell'uomo. Una vera e propria nuova cornice di riferimento, che dovrebbe rendere la vita più semplice a tutti, dai giornalisti ai buyer ai cittadini. Passando al software, la novità è che torniamo a un calendario di otto giorni, concordato a un tavolo presso la Camera della moda al quale hanno partecipato tutti, compresi i tre grandi marchi che non sono associati alla Camera: Armani, Dolce&Gabbana e Marni. Questo calendario, altra piccola grande rivoluzione, resterà fisso, come già succede a Parigi.
Gli orari miglioreranno?
Grazie alla durata, otto giorni, e al fatto che non ci sono "giornate minori" e giornate superaffollate, la prima sfilata inizia alle 9.30 anziché alle 9 e per le 20 al massimo si conclude l'ultima passerella. Questo è un vantaggio sia per chi deve correre a scrivere sia per buyer e altri operatori del settore. E penso sarà un vantaggio anche per l'economia della città, a partire dai ristoranti, che potranno dare un servizio migliore a un numero maggiore di persone, senza cambiare forzatamente l'organizzazione e gli orari dei propri locali.
E i disagi legati al traffico?
Credo saranno molto minori, grazie alla vicinanza delle location del centro molte persone, spero, sceglieranno di spostarsi a piedi. Poi è chiaro che gli stilisti che organizzavano, come è giusto che sia, le rispettive sfilate nelle location di proprietà continuano a farlo. E questo produce flussi di traffico che attraversano la città. Per quanto riguarda il centro poi speriamo possa aiutare anche l'accordo siglato con il Comune per l'utilizzo del bike sharing, che sarà gratuito per tutti i giornalisti accreditati.
Una situazione in cui vincono tutti?
Direi proprio di sì. Anche se ognuno ha fatto delle concessioni: la richiesta iniziale fatta alla Camera della moda era di eliminare dal calendario i marchi non strettamente identificabili come prêt-à-porter del massimo livello, di cui Milano è indiscussa capitale mondiale. A partire da questa tornata quindi non vedremo in passerella marchi di costumi, lingerie e taglie generose, per quanto prestigiosi.
La Camera della moda è oggi più forte?
Mi piace pensare che la Camera sia tornata a essere la casa di tutti gli stilisti e di tutti i marchi, associati e non. Un luogo in cui si può parlare e confrontarsi, tenendo presente sia i singoli interessi sia l'interesse generale, del sistema moda e del paese.
Se non ci fosse stata la crisi saremmo arrivati a questa rivoluzione?
Forse no: le difficoltà economiche hanno colpito tutti e hanno diffuso un senso di urgenza, di necessità di cambiare per salvarsi. Una sensazione rafforzata dalle pressioni esercitate dagli Stati Uniti, che tendono a indebolire l'asse della moda Milano-Parigi, fatto di eccellenze stilistiche ma anche manifatturiere, su cui l'asse New York-Londra non può certo contare.
Cosa pensa della Vogue Fashion's Night Out, che il 9 settembre ha tenuto aperto 500 negozi fino a mezzanotte, coinvolgendo quasi l'intera Milano?
È stata un'iniziativa di grande successo, non tanto dal punto di vista del business. Ma non credo che l'obiettivo fosse quello di stabilire un record di incassi. Anche se invece di fare vero e proprio shopping le persone hanno fatto "window shopping", guardando le vetrine o curiosando tra gli scaffali, va benissimo. L'idea era quella di creare tanti piccoli eventi nelle boutique, per creare un'atmosfera simile a quella che c'è a Milano durante il Salone del mobile. Un'operazione simpatia, insomma. Perché la verità è che la moda e le settimane delle sfilate in particolare non sono viste, a Milano, con particolare simpatia. Anzi, come una scocciatura che un mondo chiuso ed elitario impone alla città. Ho sempre detto che non possiamo trasformare quattro settimane della moda in kermesse come il Salone del mobile, che si tiene una volta sola all'anno. Né possiamo trasformare le sfilate in eventi aperti a tutti tutte le volte. Ma possiamo dare del nostro mondo un'immagine diversa: la Vogue Fashion's Night Out e soprattutto la nuova formula delle sfilate vanno proprio in questa direzione. Magari ricordando, come fa spesso il sindaco Moratti, che la moda contribuisce per un quinto al Pil della città e che il sistema moda, in Italia, dà lavoro a 600mila persone ed è fondamentale per mantenere in attivo la nostra bilancia commerciale.
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