E oltre alle passerelle la moda a Parigi si cela anche fra i vicoletti del Marais
Tags: Chloè, Stefano Pilati, YSL

L'estenuante maratona parigina si avvia lentamente alla conclusione. Gli ultimi giorni, più rilassati per ritmo, ma non certo per il peso delle proposte, sono riservati ai big players. I buchi tra uno show e l'altro, intanto, lasciano il tempo di fare qualche incursione nel Marais, dove le numerose gallerie d'arte che punteggiano il quartiere – un dedalo intricato di vie nel quale perdersi è tanto semplice quanto necessario – vengono trasformate temporaneamente in showroom che ospitano il lavoro di una miriade di designer che una sfilata non se la possono permettere, ma che idee ne hanno da vendere. Quest'anno la caccia si è rivelata particolarmente fruttuosa. Tra i nomi da segnalare, Melanie Ward, redattrice di Harper's Bazaar e già collaboratrice di Helmut Lang – un designer la cui mancanza nel fashion system, per il segno intransigente e moderno, si avverte ancora – che insieme a Graham Tabor presenta Blouson Noir, collezione-capsula preziosa come couture ma tribale nello spirito, col dettaglio auto-indulgente delle fodere di seta lavata dappertutto, incluso il bustier di cuoio naturale. Alberto Marani, già assistente di Gianfranco Ferrè ai tempi di Dior, dà una interpretazione opulenta e insieme scabra del tribalismo di stagione, inventandosi incredibili gonne ricamate di nappe di seta e fili di lana, nascoste da grembiuli fluttuanti e indossate con semplici top a taglio vivo, mentre Sara Lanzi, l'italiana che ha in Rei Kawakubo uno dei principali estimatori, opta per il blu, in ogni sfumatura, e per linee ancora una volta scarne, pure. Da Sacai, infine, lo sperimentalismo nipponico si ricongiunge con una ricerca di seduzione e femminilità: l'equilibrio delle due componenti, a tutta prima opposte, è risolto con un tocco così delicato da lasciare stupefatti. Sacai sembra proprio destinata ad un brillante futuro, come confermano numerosi buyer, che da anni comprano la collezione, solo adesso presentata in modo appropriato alla stampa.
Primo show della giornata è Giambattista Valli, l'italiano di Francia che piace tanto alle signore del bel mondo, alle ladies who lunch e alle socialite del jet set internazionale. Da Valli non si va mai per cercare lo shock del nuovo: la sua ricetta è quella che è, che piaccia o meno. Il suo mondo, come le silhouette che propone, possono a volte apparire anacronistici, ma il successo presso una demografia specifica di clienti – le stesse che, ingioiellate e lookate all'ennesima, ne affollano il parterre ad ogni sfilata – prova che non è così. Questa stagione il buon Valli è in un mood tra il selvaggio e il safari, genere foto di Rubartelli con Veruska. L'atmosfera è astratta, glamorous, fantasmagorica. L'attacco è luccicante, con un cappotto pailletè, a uovo, che simula un maculato consumato dalla luce. Seguono giacche pulite, precise, e gonnelline a balze, abiti ad intarsio leopardo e tubini rosso fuoco, anche ricamati di rose, fino al trionfo finale delle frange di pelle, nera, abbinate allo chiffon con un effetto di contrasto assai drammatico. Le lunghezze invariabilmente al ginocchio – non un abito da ballo in vista – e la mancanza di silhouette iperboliche e scultoree rivelano, finalmente, un Valli più in sincrono col dinamismo dei tempi moderni. Speriamo continui così.
Subito dopo è la volta di Celine: sfilata assai attesa, che vede il debutto di Phoebe Philo, l'inglesina che all'inizio del decennio ha reso Chloè il pinnacolo dello snob cool alla francese, al timone della maison, parte del ricco portfolio LVMH. Lo show è blindato: pochissimi invitati, impossibile anche solo pensare di imbucarsi. Philo sa davvero come costruire l'appeal, mediatico e non solo, di un brand. Persino l'attesa della sfilata, anziché dal solito brusio di chiacchiere, è scandita da un giro di basso che suona quasi come un conto alla rovescia, e che mette un po' d'ansia. Appena lo show comincia, è una esplosione: secca, precisa, fulminea. Philo, fin dal primo look, mette in chiaro che Celine non è Chloè: niente trine, nessuna romanticheria. La sua, piuttosto, è una power woman che il lusso lo ama scarno, semplice, crudo pure, fatto di abiti essenziali, di pelle nera o biscotto, di giacche militari indossate su pantaloni scampanati, a vita alta, che disegnano una silhouette allungata ed elegante, e di giacchini di pelle, corti come cache-coeur, con le maniche aperte come ali. Nessuna borsa in vista: qui sono solo i vestiti a contare. Lo statement è forte: un ritorno all'ordine, ma morbido, con gli angoli smussati, privo di ogni androgini e mascolinità. Se il buongiorno si vede dal mattino, Celine promette bene.
La giornata termina da YSL, dove Stefano Pilati, messo da parte il rigore e la concentrazione della scorsa stagione, si produce in una prova assai varia. C'è di tutto, dagli abiti da educanda, con le balze e gli orli sempre a taglio vivo, allo chic grafico, dallo sperimentalismo alla giapponese al maschile rivisitato. Al meglio quando lavora in sottrazione – alcuni capi, come un completo con la gonna a matita e la giacca corta di pelle, sono memorabili – Pilati convince poco quando si lascia prendere la mano, rischiando l'incoerenza. Di meno, lo ripetiamo da un pezzo, non solo è di più, ma è anche meglio. Di questi tempi in modo particolare.
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