Urge un rinnovamento globale per accaparrarsi i nuovi clienti giovani di tutto il mondo
Tags: Donatella Versace, Marco Zanini, Milano, moda, Parigi

E se della moda non fregasse più niente a nessuno? L'impressione, già strisciante a Milano, assume toni pacatamente minacciosi a Parigi, nel primo giorno di sfilate per l'estate 2010 (andranno avanti fino all'8 ottobre: una kermesse titanica). La macchina in effetti comincia a gripparsi, e la necessità di un globale rinnovamento si impone prioritaria, per attirare nuovi clienti, certo, ma soprattutto per arginare la sempre più minacciosa e agguerrita avanzata della fast fashion. In giro, l'impressione è di una certa stanchezza. Il mondo esterno, quello vero, delle sfilate non si cura nemmeno. All'interno, le facce che si vedono sono sempre le stesse, incartapecorite di stagione in stagione, consumate da sussiego e cinismo, così abituate a tutto da non farsi sorprendere più da niente. È vero che il primo giorno è sempre moscio, ma, cosa strana, al momento scarseggiano persino i groupies, i piccoli modaioli in erba, sempre scatenati e sempre lookatissimi, che a Parigi trasformano ogni sfilata, coi loro gridolini e il loro sincero quanto ingenuo entusiasmo, in qualcosa di simile ad un concerto rock.
Che succede, dunque? La crisi, a questo punto una parolaccia, non ha portato la tanto invocata apocalisse, non ha sfrondato l'albero dei rami secchi, e non ha nemmeno spinto l'acceleratore sulla follia, come da più parti auspicato; la crisi ha semplicemente suggerito a tutti, con quella saggezza spiccia del buon senso dannoso, di andar sul sicuro e assestarsi sulle posizioni date. Nessuno scossone, nessun colpo di testa: basso profilo e continuità.
Intanto, se a Milano si sono viste parecchie lolite inguainate in tubini peccaminosi e ninfette in fiore dentro abitini finto ingenui, a Parigi è la leggerezza ad aprire le danze. Leggerezza di materie, colori e costruzioni; leggerezza di un corpo appena accarezzato dalle vesti, ma con le gambe sempre in vista, perché l'estate 2010 si annuncia corta, cortissima.
Primo in calendario è il belga Tim Van Steenbergen, che avevamo lasciato cupo, concettoso e molto anversese più di tre anni fa, e che ritroviamo insolitamente lieve nell'atteso ritorno alle passerelle. Nessun decoro, qui, piuttosto impercettibili torsioni, piegoline schiacciate, volumi impalpabili che movimentano senza sosta le superfici: qualcosa di simile al minimalismo, ma senza meccanicismo semplificatorio. Sotto l'apparente semplicità, insomma, si percepisce un'anima: nordica e controllata, ma pulsante. Il risultato a tratti è ripetitivo, a tratti grezzo, ma la strada imboccata pare quella giusta, perché della moda altamente concettuale, come era quella belga di solo un lustro fa, non c'è più voglia, né tantomeno bisogno.
Segue Limi Feu, al secolo Limi Yamamoto, la figlia di Yohji, il santone del nero. Presenza ormai fissa del calendario, del tutto autonoma, in termini creativi, rispetto al padre, che però produce e distribuisce la collezione sotto l'ombrello della propria impresa, Limi, una trentenne piccola, dagli occhi vivaci e il corpo teso, nervoso, da sempre si sforza di trovare, con successo alterno, una voce tutta sua. Impresa non facile, se si considera quel che Yohji ha significato nella moda degli ultimi trent'anni. Limi ha una sensibilità simile a quella del padre, ma è una donna, e appartiene ad un'altra generazione, più urbana e forse meno incline alla poesia. Man mano che matura, però, diventa sempre più simile al genitore, e quest'ultima collezione, coi sui volumi strampalati, le camicie bianche immense, il maschile decostruito e interpretato al femminile, ne è una dimostrazione schiacciante, perché non sono certo le scarpe a punta, da rockettara, o le tiare di borchie a far la differenza. Si dice che la mela non cade mai troppo lontano dall'albero: beh, stavolta sull'albero ci è proprio caduta sopra!
Dope le signorine punk con la pochette in mano e la cresta di piume di Felipe Oliveira Baptista, così preso dall'inguainare i corpi e dal drappeggiarli in succinti abitini con altri drappeggi stampati in trompe l'oeil da sembrare quasi un italiano – in effetti ha lavorato per Max Mara, in passato – è la volta di Rochas, dove Marco Zanini debutta finalmente in passerella. Creatore di mezzi toni e di mezze misure, nonostante un passato al fianco dell'urlatrice Donatella Versace, Zanini opta per un fraseggio sussurrato e lieve, e definisce una figura di donna delicata ma sensuale, la quale a volte non indossa altro che la canotta e le mutande del nonno. La silhouette ha la vita segnata e i fianchi sottolineati da baschine scultoree, mentre i colori sono densi, inafferrabili, ritmati da fiotti dilaganti di bianco. L'impegno non manca: la ricerca su forme e materiali è condotta diligentemente, e ogni cosa cade bene al suo posto, dalla lunghezza degli orli ai patchwork di stampe. Eppure non c'è nulla che, a questo primo giro, incida un vero segno: anche in leggerezza si può essere più affermativi, ma Zanini non ci riesce. Il problema, forse, non è solo del designer, ma anche del marchio: Rochas è uno di quei nomi associati all'age d'or della couture, ma privi di una vera memoria, dunque assai difficili da modernizzare. Aspettiamo il secondo giro e sospendiamo il giudizio, allora.
Alle asimmetrie trasparenti e metalliche di Peachoo+Krejberg, un classico esempio di quel post-concettualismo androgino del quale Parigi ha dato così tanti esempi da creare un po' di nausea, seguono le donne-zombie in grigio – faccia inclusa – di Gareth Pugh, beniamino dell'avant-garde londinese in trasferta oltremanica ormai da un paio di stagioni. Pugh, un allampanato giovinetto che è il perfetto esempio del maschio androgino tanto di moda di questi tempi, è sì un club kid, ma estremamente rigoroso. Amante del bianco e nero, e dei tagli angolosi, grafici, con questa collezione, tutta grigia, guadagna finalmente i mezzi toni e, per estensione, la morbidezza: via gli spigoli, via le rigidità, ecco un fiorire di chiffon e mollezza, di bandelle, lacci e pannelli che si incastrano tra loro con precisione meccanica, ma con un effetto per nulla architettonico; al contrario sfumato, avvolto da un alone. Dietro lo styling estremo, e a momenti indigesto, i pezzi commerciali, dagli abitini a intarsio ai leggings intagliati, dalle cappe agli spolverini col cappuccio, ci sono tutti, segno che Pugh non è un fuoco di paglia, ma che anzi continua a maturare, pur rimanendo fedele a se stesso.
La giornata si chiude con Rue du mail, tra volant, abitini da fanciulla in fiore post-rock e ricordi di quel che Martin Sitbon – la designer – è stata, e purtroppo non è più. A volte, quando le storie si interrompono, bisognerebbe ascoltare il destino e darsi ad altro, come ha fatto Helmut Lang. Sitbon, un passato glorioso, un presente poco a fuoco, purtroppo non lo fa.
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