Nella quinta giornata di passerelle parigine anche Dries van Noten, Chalayan e Rykiel
Tags: Ennio Capasa, Parigi, Riccardo Tisci

Una sfilata non è una semplice parata di vestiti indossati da bellissime ragazze ad uso e consumo dei professionisti di settore. O meglio, tecnicamente è questo, ma è anche molto di più: è un happening, l'epifania fugace ma persistente della visione di un designer. In quanto tale, condensa sei mesi di lavoro in dieci minuti scarsi di azione, nei quali non solo la musica, le luci, la scenografia e l'ambiente, ma persino il ritmo delle uscite, e la falcata delle modelle, contribuiscono alla riuscita finale dell'evento. Parigi, in questo senso, è una vera pacchia: le sfilate sono sempre perfette. Soprattutto, si svolgono in luoghi inaspettati, magici, sorprendenti, che rendono intrigante ogni spettacolo, anche il più piatto, fosse solo perché si respira l'atmosfera unica di un hotel particulier, o perché per raggiungere il luogo si attraversa, per puro caso, un arrondissement pittoresco e fuori mano. Dal vecchio convento alla piccola boutique, dalla sala da ballo all'ex banca delabré, nessuna soluzione è lasciata inesplorata, con effetti vistosi sullo show, certo, ma anche sul pubblico.
Il quinto giorno di sfilate si apre con Costume National al Carousel du Louvre, che è anonimo e industriale come il Milano Fashion Center, ma che ha il plus impagabile di trovarsi giusto sotto le auguste sale del Louvre. Ennio Capasa, in ottima forma, continua a contrapporre, come nella assai riuscita collezione dell'inverno, couture e strada, finito e non finito; mette l'accento sugli orli vivi e sui bagliori metallici – metallo e lurex, per inciso, sono un vistoso macrotrend dell'estate 2010 – e dimostra di avere parecchie frecce nel proprio arco.
Per Hussein Chalayan, subito dopo, la carovana si sposta negli spazi claustrali del Couvent des Cordeliers, dove lo stilista turco-cipriota produce uno show esilarante con tanto di quartetto d'archi live e speaker in smoking che, farfugliando frasi sconnesse in francese maccheronico, descrive i modelli man mano che escono in passerella, come in un defilé d'antan. Chalayan è un bell'esempio di designer capace di evolversi organicamente senza perdere mordente: dalle alte sfere del concetto, nella quali ha esordito negli anni 90, da ultimo è sceso, come dire, a terra, senza però compromettersi, anzi trovando un equilibrio tutto suo tra cerebralità e carnalità. La collezione, intitolata Dolce Far Niente, è un inno all'eleganza pigra da riviera, coté Deauville anni 50-60: vite segnate, grandi cappelli, pantaloni fluidi e abiti da sirena. L'abilità di Chalayan, però, sta tutta nella capacità di dare ad ogni pezzo un twist inatteso: la silhouette a clessidra, così, è disegnata in trompe l'oeil da pannelli sagomati sovrapposti alle giacche a sacco; il cappellone da diva ha una paratia-occhiale da sole, mentre i pantaloni sono trasparenti e l'abito da sirena, capolavoro surreale, è retto mani di vetroresina spuntate da chissà dove. Un romanticismo di questo genere non si era mai visto, e l'effetto è esaltante.
Segue Dries Van Noten, il re delle stampe e del mega mix esotico, che propone un perfetto cortocircuito di forme très bourgeois – il trench, il tailleur, la gonna a tubo – e tessuti etnici – ikat, batik e tutto il repertorio indonesiano – risolto con la leggerezza sofisticata di cui solo lui è capace.
Dopo il maschile al femminile e le maniche a nodo di Kris Van Assche è l'ora, attesissima, di Givenchy. Teatro dell'evento è la palestra del Lycée Carnot, storico liceo della Parigi bene nonché culla della classe dirigente francese: una struttura primo Novecento di ferro verde, con il tetto a capriate, di vetro. Qui, il nuovo verbo di Riccardo Tisci si materializza al suono struggente di un violino, mentre le modelle procedono marziali, velocissime, camminando traballanti ma fiere su zeppe torreggianti: la stanza è immensa, la visione fugace ma incisiva come un taglio. La collezione disegna un immaginario percorso dal rigore della geometria al caos del mondo organico, e ritorno. L'avvio è inesorabile, tutto angoli acuti e grafismi in bianco e nero degni di un film espressionista; segue l'etnico trasfigurato delle stampe fiammate, dei cappelli da derviscio e dei pantaloni alla turca; infine, è la volta degli abitini di tulle drappeggiati come nuvole, e di quelli di sangallo bianco tagliati con una severità che annulla ogni smanceria. Riccardo Tisci, in quella che è una delle sue migliori prove, mantiene, pur nella varietà dei temi, una sorprendente coerenza di stile, confermandosi creatore di assoluta contemporaneità.
La giornata si chiude tra coriandoli, sorrisi e musica disco da Sonia Rykiel. La signora della maglia e le sue scatenate cocotte – très parisienne nei loro completini segnacurve, negli hot pants e nelle tute da discobambina – ci ricordano che la moda, in fondo, può anche essere divertimento. Così la seduzione.
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