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Da che il vintage si è trasformato in una mania, e la moda, a forza di citare il passato e rifare il già fatto, ha cominciato ad avanzare rinculando, "couture" è diventato uno dei termini più odiosamente abusati nel già ristretto e discutibile vocabolario di settore. Basta una manica un po' più gonfia, una pince un po' più tortuosa, un fiocco un po' più grande del normale perché l'alta sartoria – per usare una traduzione un po' obsoleta, ma efficace – venga tirata in ballo. In presenza di forme a sacco – vedi alla voce Cristobal Balenciaga – o di vitini di vespa e gonne in fiore – vedi alla voce Christian Dior in epoca New Look – l'associazione è pressoché inevitabile. Di silhouette come quelle appena citate, in effetti, se ne stanno vedendo molte in questi giorni a Parigi, e ancora di più se ne sono viste la settimana scorsa a Milano, ma di couture vera, ossia di invenzione supportata dall'eccellenza della tecnica, non altrettanta. Chi l'argomento lo maneggia bene, poi, non sempre lo fa con verve contemporanea – il bello della sfida è tutto lì, in fondo: adattare passato e tradizione al presente - e questo ingrandisce a dismisura i termini del problema. Un caso esemplare è quello di Giambattista Valli, che giovedì, nel corso della quinta giornata di sfilate, ha presentato una collezione perfetta fino al virtuosismo, tecnicamente e formalmente ineccepibile, ma buona forse per un museo, più che per l'anno di grazia 2009. O no? La rarefazione del suo messaggio, comunque lo si guardi, è estrema: forme scultoree che costringono il corpo a gesti nuovi, aggraziati; enfasi sul dorso e sul collo; volume e linearità. Molti gli abiti: aderenti sul busto, sbocciano in ampie gonne con tanto di sottogonna millefoglie, o sono tuniche a sacco indossate su pantaloni Capri. Di sera, invece, è un tripudio di rouche color carne dense come pellicce, distribuite sugli abiti da ballo fino a creare puzzle accattivanti di pieni e di vuoti. Fin qui, nulla da obiettare: il talento di Valli è indubbio. Il dubbio è piuttosto: ma dove va una donna vestita così, oggi? Cosa fa? Manca il dinamismo, il twist di un tocco sbagliato che potrebbe spostare in avanti l'equilibrio dell'intera ricetta. La spiegazione, però, c'è, ed è di una ovvietà lapalissiana. Valli ha una clientela vera e fedele di signore del demimonde che questo gli chiedono: furbo, questo lui gli dà. Perché biasimarlo, allora? Perché bacchettarlo? Finché un pubblico c'è, tutto va bene. Di più: adesso che il posto da Valentino pare essere vacante, Valli ha tutte le carte in regola per candidarsi alla successione. Anzi, all'interno di una maison con un passato da rispettare e reinventare, il suo genio potrebbe proprio fiorire. Tutt'altra storia quella di Stefano Pilati, che di essere un modernista, da Yves Saint-Laurent, ha dato più volte ampie dimostrazioni. Non a questo giro, però. Mentre tutti gli altri entrano nel trip futurista cui lui stesso ha dato l'abbrivio solo la stagione scorsa, il buon Pilati cosa fa? Ci ripensa, e assume pose esotiche, pur senza rinunciare a geometria e severità. Prende le forme liquide dei kimono, i grandi nodi degli obi, e li rilegge sotto la lente del rigore sartoriale occidentale. Il risultato è una collezione di abiti voluminosi e leggeri, di giacchette cesellate, pantaloni sarouel e fiocchi. Il mix la maggior parte delle volte funziona, ma si avverte una certa forzatura, il non perfetto amalgama delle parti, il desiderio di risolvere l'equazione senza però che la soluzione venga fuori. Pilati tende spesso al barocco, ed è per questo che lo preferiamo quando si impone dei limiti. Questa volta lo ha fatto, ma solo a metà. I tradizionalisti sarebbero contrari a definirla tale, ma per noi couture contemporanea è quella sbrindellata e organica di Haider Ackermann, designer belga in continua ascesa, padrone di una superba tecnica di taglio in sbieco. La sua è un'estetica precisa, consistente, fatta di strati e contrasti, di fragilità e aggressività; una estetica che questa collezione, una delle sue migliori, conferma con la delicatezza dei pepli di voile chiusi da robuste zip di metallo, e con l'erotica marzialità dei giubbotti da aviatore che diventano body. Da buon couturier, Ackermann non dimentica mai il corpo, anzi lo sottolinea, in maniera mai ovvia, perché la nuova avanguardia non è affatto punitiva. Ancora sex appeal, ma a spensierate tinte anni 80, da Stella McCartney. Qui il pezzo forte è la tuta, proposta in tutte le versioni, dal pagliaccetto al lungo, ma, grazie al cielo, senza alcuna pretesa couture. Questo è già tanto.
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