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Un giorno qualcuno dovrebbe studiare in dettaglio la relazione, per nulla prevedibile né tantomeno matematica, ma di certo esistente, tra mutamenti della silhouette e temperie socio-economica. Ne verrebbe fuori qualcosa di davvero illuminante. La moda, infatti, è un termometro sensibilissimo: reagisce in un battibaleno a quel che succede nel mondo; preveggente, spesso addirittura anticipa. Si veda l'attuale enfasi sulla spalla: decisa, disegnata e sorprendentemente larga, è uno dei punti caldi della silhouette dell'estate 2009, insieme a gambe e punto vita. Il fenomeno è di certo ascrivibile al generale revival degli anni 80, con annesso ritorno dell'estetica del corpo bionico, ma la spiegazione va oltre. La ricomparsa del post-body iperspalluto, infatti, è una reazione diretta ai tempi difficili. Il presente non è roseo: per sopravvivere nella giungla d'asfalto, ci dicono gli stilisti, è necessario, in senso letterale e metaforico, un gran paio di spalle. E, aggiungiamo noi, non solo quelle. La differenza con l'iper-corpo degli anni 80 è da subito chiara: allora era uno status symbol da esibire, oggi è uno strumento indispensabile. Si diceva delle spalle, dunque. Quelle che Ennio Capasa ha proposto ieri da Costume National, in apertura della quarta giornata di sfilate parigine, sono larghe, ma in trompe l'oeil: è una piega del grande collo-volant di piccole giacche scolpite a crearne l'impressione. La soluzione, ingegnosa e ben eseguita, dimostra quanta differenza corra tra cieco revival e acuta reinvenzione. Detto questo, però, la collezione ci è parsa priva di reale incisività. I temi giusti ci sono tutti – contrapposizione di fluido e strutturato, ricerca di nuovi materiali, accenni galattici, rinuncia al nero in favore di tonalità pallide e minerali – ma la mistura alla fine non quaglia. Il lavoro è condotto a termine con diligenza, ma non brilla: sui banchi di scuola meriterebbe una risicata sufficienza, e niente più. Da quando Capasa ha abbandonato la strada dell'androginia, che ha caratterizzato il suo lavoro negli anni migliori, non è più riuscito a trovare una sua vera direzione, ed è un peccato, perché di talento ne ha ancora da vendere.
Ancora corpi bionici, fasciati all'inverosimile in pantaloni seconda pelle di jersey intarsiato, o di denim e nappa, chiusi dentro giubbotti da motard e top ritagliarti, da Givenchy, dove Riccardo Tisci stempera il romanticismo dark da sempre associato al suo stile a colpi di fetish, di bondage e di sessualità debordante, strizzando ripetutamente l'occhio alla Madonna stilizzata e sporcacciona dei tempi di Sex. Per sottolineare la svolta, spacca letteralmente la collezione in due, alternando i look da dominatrice assatanata alla finta ingenuità di abitini e baby doll trasparenti da lolita cresciuta troppo in fretta. Un po' più di edit, un equilibrio migliore delle parti avrebbero di certo giovato al messaggio, ma la strada imboccata è quella giusta. Lo stesso non si può invece dire della maison Ungaro, dove si continua a rifare, o meglio si tenta di rifare, il passato – abiti drappeggiati, femminilità in fiore – ma senza grande trasporto, con la sola voglia di lucrare il più possibile. Manca una scintilla, e si vede. C'è anche chi ai tempi bui reagisce scegliendo la sobrietà. È il caso di Dries Van Noten, creatore di rara grazia e poesia, di solito incline al più ispirato e ispirante esotismo. Non questa stagione: niente fiori, niente caleidoscopi, nessuna bohème. Al contrario, bianco e nero grafici con lampi di colore, e una silhouette precisa, allungata, morbida, al sapor d'anni 20. Il risultato è elegante, e per una volta l'aggettivo non è usato a sproposito. Da Hussein Chalayan, in fine, è tempo di fuga: in una dimensione mentale, in un luogo di pura creatività, dove è il futuro è già oggi ed è il vento a modellare gli abiti, fatti di plastica fusa, o di neoprene ritagliato, ma sempre, in qualche modo, femminili, seducenti. Perché anche i designer concettuali, oggi, esaltano il corpo, invece di negarlo. I tempi cambiano.
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