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Vent'anni, nella moda, sono un milione di anni: un lasso di tempo infinito, sufficiente perché si verifichino cambiamenti epocali e vistosi rinculi, perché alle cadute repentine seguano altrettanto repentini ritorni, perché il vecchio si tinga di nuovo e viceversa. I vent'anni della Maison Martin Margiela, celebrati ieri sera, al culmine della seconda giornata del pret-a-porter parigino, con una sfilata-happening scoppiettante e macchinosa, non hanno fatto eccezione. Correva l'ottobre 1989, l'apogeo del power dressing e del culto dello stilista come personaggio, quando questo belga iconoclasta, invisibile per scelta, sbucò dal nulla e si mise a remare testardamente controcorrente con i suoi abiti decostruiti, riciclati, orgogliosamente carichi di segni e tracce di vissuto. Da allora il mondo è cambiato, e Margiela, come ogni creatore che si rispetti, si è evoluto, lasciando alle spalle l'underground per diventare, a suo modo, parte dell'establishment. Nel frattempo, anche formula e approccio al progetto si sono evoluti, in una riscoperta intelligente del gioco sulle astrusità del concetto. Ieri, però, il buon Margiela dal gioco si è lasciato prendere un po' troppo la mano – la festa allenta i freni inibitori, del resto – scivolando nel cabaret, o lì vicino. Il messaggio, di certo, è chiaro: il passato è passato. Dei trucchetti di un tempo, ormai, rimane solo la sfilata alla fine del mondo, spersa nel cuore caotico di un quartiere di periferia. Per il resto, nulla è più come prima. Lo confermano gli abiti, reinterpretazioni parziali, collage e stravolgimenti di una serie di cavalli di battaglia entrati a buon diritto nell'immaginario collettivo modaiolo, dalla giacca con le spalle ad uncino degli inizi, rifatta col nastro adesivo, alle superspalle e alle guaine secondapelle dell'anno scorso, rese ancora più super, e più guaine. Fin qui tutto bene: il gioco delle proporzioni, l'ondeggiare continuo tra undersize e oversize – memorabile nelle scarpe – sono ben risolti, e davvero stimolanti. Sono piuttosto le giacche fatte di capelli, le parrucche-maschera, le guepiere immense, e la tendenza a trasformare tutto in un gadget, a lasciarci interdetti: qui, alla Maison Margiela, sembrano uscite fuori luogo. Ma forse ci sbagliamo. Margiela ha sempre dimostrato di avere antenne prensili, di captare certe cose prima di altri, e se lui devia sul pop, vuol dire che il futuro è pop. O no? La notizia, diffusa in mattinata ma ostinatamente rettificata dai pr della maison, che questa sia l'ultima collezione del designer prima del passaggio di consegne ad un successore e del definitivo ritiro, acuisce però i nostri dubbi.
A proposito di ritiri, pare sia prossimo alla scadenza il contratto di John Galliano chez Christian Dior. E pare anche, o almeno così vogliono le maldicenze, che lo stilista intenda darsi allo spettacolo. Di certo così non è, ma la sostanziale svogliatezza della ultime collezioni Dior, inclusa quella di ieri, è un indizio pesante. Di positivo c'è da registrare che, finalmente, lo show fantasmagorico, con trucco e parrucco da avanspettacolo, ha ceduto il passo, visti i tempi grami, a qualcosa di più sobrio. Gli stessi tempi grami hanno imposto di sfornare una collezione chiara, inequivocabile, tutta da vendere, per quanto di superlusso. Galliano s'è così inventato il tribal chic con le gambe al vento, tutto giacchini scolpiti, vite segnate e gonnelle a corolla; tutto sete plissè e pelli da mille e una notte, dal pitone scamosciato o laccato al galuchà. La coerenza estrema del messaggio, certo, è apprezzabile, ma manca un guizzo, il segno del genio. Uno a cui la moda e le donne interessano ancora è invece il santone del nero Yohij Yamamoto, alle prese con l'ennesima, toccante ode alla forza e alla fragilità tessuta a suon di nero, bianco e decostruzione. Sharon Wauchob, dal canto suo, dimostra che anche pizzo, tulle e point d'esprit possono caricarsi di una valenza urbana: basta il rigore appassionato del taglio, unito ad una sensibilità morbida, ma non leziosa. È il punto di vista nuovo che rende le cose nuove. Wauchob crea il punk etereo, e ci sorprende.
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