Da Prada a Ferragamo, il quarto giorno di sfilate è all'insegna di morbide e cangianti silhouette

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La sfilate milanesi per l'estate 2009 continuano all'insegna di volume e leggerezza. Protagonista indiscussa della stagione, accanto agli abiti, è l'aria che li muove e li gonfia, creando silhouette cangianti, drammatiche. Da Ferragamo, Christina Ortiz si prova col difficile esercizio dell'abito tagliato in un sol pezzo, e crea immensi caftani-paracadute assicurati al corpo da lacci, cordelle e drappeggi. L'effetto non sempre è leggiadro, e il virtuosismo troppe volte fine a se stesso, ma alla fine la Ortiz convince. Ancora volume, ad un tempo scultoreo e leggero, da Bottega Veneta, dove Tomas Maier sembra avere in mente un uditorio molto americano, e molto uptown, di sole signore facoltose, le cosiddette "ladies who lunch" – nessuna sorpresa, a dire il vero, se si considera la storia di Bottega, e il suo mercato. Tutto, qui, parla di eleganza perbene, dalle lunghezze al ginocchio alle stropicciature garbate, dagli accessori sensazionali alla palette organica di tonalità calde come sbiadite dal sole. L'eccesso di zelo, però, rende tutto un po' stucchevole, e la collezione, per quanto impeccabile, alla fine coinvolge poco. Chi invece, nonostante il costante lavoro in sottrazione, la afasia non la rischia mai è Raf Simons, che da Jil Sander continua a rinnovare a modo suo il verbo minimal-androgino della casa. Questa stagione parte da un tema tribale – come suggerito dalla foto di Man Ray sullo sfondo – per arrivare, a colpi di frange e di tagli certosini, a forza di marroni bruciati, neri densi e bianchi abbacinanti, alla sensualità del corpo rivelato, del corpo insieme moderno e primitivo. È un corpo scattante e acerbo, che Simons inguaina in flapper neo-geo e spolverini ritagliati, in giacche maschili e tuniche lievi percorse da lunghe frange che, col movimento, creano nell'aria volatili calligrafie. Partendo dal passato – l'eco anni 20 è chiaro – Simons arriva ad un risultato di intonsa, adamantina contemporaneità. Per Miuccia Prada, invece, l'ispirazione viene suppergiù dagli anni 50, dal mondo delle pin up, rilette in chiave ladylike col suo solito twist provocatorio e cerebrale. Ecco allora che le gonne, lunghe fin sotto il ginocchio, si arricciano, grazie a giochi di nastri e coulisse, in piccoli faux culs che creano rotondità fittizie, mentre i giacchini con le maniche a tre quarti, sostenuti da staffe al collo, sono corti e sfuggenti, e i reggiseno, ricoperti di tessuto, sostituiscono le camicie. Il twist Prada? La scelta intransigente dello stropicciato, e la glorificazione delle curve senza che l'abito aderisca davvero al corpo. Degne di menzione le scarpe, leziose e piene di fiocchetti, ma dai tacchi e dalle zeppe vertiginosi, che in passerella hanno provocato più d'una caduta. |
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