|
La rucola gode di una rinnovata fortuna, di Madonna piace più il vintage che i dischi nuovi, e le superspalle, all'improvviso, hanno di nuovo un perché: dopo un crescendo durato alcune stagioni, il revival anni 80 deflagra potente. Lo si è visto con chiarezza domenica a Parigi, in apertura della settimana di sfilate per l'estate 2009, da Balmain, augusta quanto tradizionale maison che, nelle mani di Christophe Decarnin, sta guadagnando a veloci falcate il favore incondizionato di fashionisti e non. Lavorando di sex appeal e nonchalance, Decarnin ha in breve tempo riempito, in un modo tutto suo, il vuoto lasciato momentaneamente aperto da altri designer alla ricerca di nuove strade – Roberto Cavalli, Donatella Versace – riuscendo a soddisfare la voglia di seduzione che c'è in giro, il bisogno di mostrarsi cui certe donne – la maggioranza, forse – non rinuncia mai. A giudicare dai sorrisi soddisfatti dei compratori che domenica affollavano la platea dell'elegante Salon Imperiale dell'Hotel Westin, questa nuova collezione si annuncia come l'ennesimo hit. Anni 80, si diceva. I rimandi, smaccati, non si contano, dalle gonne a tutù ai drappeggi secondapelle, dalle giacche over con le spalle immense ai jeans a sigaretta, per di più svarecchinati, dal tripudio di pietre colorare all'onnipresenza di borchie e affini. Per carità, niente che il buon Gianni Versace, pace all'anima sua, non abbia già fatto, più volte, e di certo meglio, una ventina o meno d'anni fa, ma servito con una freschezza, con una leggerezza davvero nuove. In un momento di forte stallo, di generale mancanza di idee, basta a volte il come, non il cosa, a far la differenza. Al carosello dei revival ci siamo oramai abituati da un pezzo – dannazione alla febbre del vintage! – ma c'è stato anche un tempo in cui la moda viveva, come sempre in realtà dovrebbe essere, un eterno, anti-referenziale presente. Ce lo ha ricordato, da maestro, Rick Owens, con una collezione così pura e distillata, così compatta, da apparire claustrale. Owens lavora su forma e materia, risolvendo il teorema-abito intorno al corpo; inventa tenendo bene a mente le esigenze del mondo reale. È un pragmatico visionario, insomma, e questo lo rende un creatore vero. Le sue donne, abbandonate le selve brumose dell'inverno, sembrano adesso pronte ad affrontare il deserto – metropolitano, ma non solo – velate come suore o come nomadi, coperte di corte tute tagliate in sbieco, avvolte in giacchini annodati e gilet di pitone scamosciato dai lembi sfuggenti, chiuse in lunghe giacche-spolverino e svolazzanti mantelle: pezzi dalle linea precisa, decisa, pronti a plasmarsi su chi li indossa. Il rigore è estremo: nessuna concessione alle insidie del decoro, o della frivolezza di volant e falpalà, altrove onnipresenti – al più, è concesso un fiocco che chiude la gonna o la giacca¬ – eppure, nonostante tutto, il risultato è caldo, coinvolgente. Lo stesso non si può dire di Bruno Pieters, che all'improvviso sembra essere tornato ai trucchi di una decina d'anni fa, quando studiava ad Anversa: abiti come prismi, angoli acuti dappertutto, fare drammatico e uno show in bianco e nero ambientato nel buio totale dell'orrida Maison de Metallos. Rare perle di umanità in una collezione praticamente spersonalizzata, una gonna-pantalone a corolla e un giacchino a chimono dimostrano però che Pieters non è ancora diventato un androide, e fanno quindi sperare bene per il futuro. Quale sarà invece il futuro di Olivier Teyskens, cocco di Anna Wintour & Co, da Nina Ricci? Sinceramente ce lo chiediamo, perché non basta certo mettere il chiodo sull'abito delicato, e nemmeno ripetere all'infinito la stessa idea – per la cronaca, l'abito a coda – per sopravvivere nel mare periglioso della moda contemporanea. Ci vuole concretezza e incisività, e ieri il baldo giovine non ha dimostrato nessuna delle due.
|