Bottega Veneta torna alle lady anni 60, nero per Emporio Armani, echi hitchcockiani per Jil Sander e decadenza industriale per Roberto Cavalli
Tags: Bottega Veneta, Christopher Kane, design, Emilio Pucci, Emporio Armani, Jil Sander, Julianne Moore, Marni, Peter Dundas, Prada, Raf Simons, Roberto Cavalli, Sportmax, Ter et Bantine, Tomas Mayer

Il tempo dei dogmi, delle certezze adamantine e degli aut-aut incontrovertibili è crollato ormai da un pezzo, così come il credo superomistico nella perfezione ad ogni costo. Il mondo là fuori è così brutto, sporco e cattivo che lo si può affrontare ad armi pari solo munendosi di una sana dose di relativismo. Il che, naturalmente, implica una accettazione - elastica, saggia, mimetica - di errori e imperfezioni: dal momento che sono inevitabili, meglio abbracciarli e inglobarli come elementi propulsivi, facendo di necessità virtù.
È quello che deve aver pensato Tomas Mayer, che da Bottega Veneta abbandona lo scattante non-finito metropolitano delle scorse stagioni per tornare, con una esuberanza tutta nuova, in territori a lui assai familiari: quelli dello chic ladylike al sapor d'anni 60, riletto con una esuberanza e con un gusto per la tattilità, per la texture che si fa decoro, e poi sì, per la perfetta imperfezione, tutti nuovi. Con le loro cofane un po' sfatte, i loro cappottini vividi, i piccoli cardigan e i sontuosi abiti da sera, le signore di Bottega ricordano la Julianne Moore stilosa ma ormai sfiorita di "A single man". La prima impressione, però, è subito contraddetta da un secondo sguardo; le superfici rivelano un lavorio intenso, un brulicare di sfumuature, tinture, stinture, corrosioni, un fondersi di pizzi e di effetti murrina che sfiorano il caos, l'accumulo incontrollato, ma che sono tenuti insieme con notevole maestria. Persino l'abito da ballo di duchesse dipinta a mano ha un che di imperfetto: il panneggio sghembo lo fa sembrar cucito alla bell'e meglio sul bustier di canapone, mentre effetti ombrè aggiungono una affascinante patina di polevere. Il lusso del terzo millennio - organico, più che sottotono - è servito.
Dopo tanto colore, il nero totale, liquido e grafico di Emporio Armani, pieno di reminiscenze noir e spy, suona un po' come uno schiaffo, o un severo richiamo all'ordine, da tanto che è intransigente. La linea qui è allungata, scattante, fluida, ma movimentata dal gioco delle sovrapposizioni; come nella più classica tradizione armaniana, la tensione maschile-femminile scorre sottopelle, sicchè le scarpe piatte e le tute si alterano a sprazzi di nudo - non portano mai le calze, queste donne, immemori della metereologia - e tacchi vertiginosi. I mix costruttivisti di pelo e di vernice di Sportmax hanno un tono astratto che non nega un astuto acume commerciale, e se è forte l'eco di ciò che altri - da Marni a Prada a Christopher Kane - sanno forse fare meglio, poco importa, perché ci vuol bravura a trovare una sintesi di stile così precisa per poi portarla al pubblico della strada, non ai soli fashionisti.
Si può essere nostalgici senza cadere nella trappola del retrò? Ci vuole accortezza, coraggio e, ci si passi l'espressione machista, un gran paio di attributi: tutte qualità che certo non mancano a Raf Simons, che da Jil Sander, ispirato come non mai, si cimenta con una delle sue prove più riuscite per equilibrio, capacità di astrazione e, ultima ma non ultima, eleganza, dal sapore Hitchcockiano. Fondendo in un fraseggio coerente e rarefatto, per poi lasciarle sullo sfondo evitando la citazione letterale, ispirazioni diverse come le foto crude e dirette di Diane Arbus, quelle ambientali di Louise Dahl-Wolfe e il decò modernista di Jacques Adnet, Simons omaggia il mid-century modern degli anni 50 puntanto sulla nettezza del progetto e sulla linea tesa, sinuosa, scattante desunta dallo sci, e fa centro senza una sbavatura. Più passano gli anni, più Simons ridefinisce i confini del mondo Sander: i suoi abiti sono astratti come puri oggetti di design, ma l'intransigenza coriacea degli inizi ha lasciato il posto ad una morbidezza - di concetto, non di esecuzione - nuova, che forse è semplicemente comprensione profonda della fisicità femminile, ma che nondimeno riverbera su ogni pezzo.
Da Ter et Bantine, Manuela Arcari continua la propria esplorazione - mai secca o distante, al contrario sempre vibrante, con l'anima - del design in sottrazione. È una creatrice che ama le sfide, e che sa bene quanto i limiti stimolino l'invenzione, anzichè cassarla: per questo, ad ogni collezione, inserisce uno scarto che è come un glitch, un picco breve e improvviso che distorce lo status quo senza mandarlo in frantumi. A questo giro, è l'intersezione di agonismo e di erotismo a riscrivere l'equilibrio, il gioco delle citazioni sportive che si innestano in un fraseggio severo ma pieno di spiragli e aperture, dando un ordine leggero, ma compatto.
Roberto Cavalli, invece, è decadente e dark che di più non si potrebbe, ma ciò non vuol dire che l'opulenza per cui lo stilista toscano è noto sia stata messa da parte, come del resto non sono state accantonate le stampe animalier; al contrario, si è amplificata, ma è solo che all'oro lucido di una volta si è sostituito quello ossidato, per così dire. La ricetta, insomma, ha preso una piega nuova, contemporanea: corrosa, corrotta, industriale. I capelli unti, gli occhi fumigati, al collo, sempre, la scarpa di seta ricamata di grosse piume, le guerriere di Cavalli sembrano sopravvissute a un disastro nucleare con i loro mix di chiffon ombrè e velluti devorè, ma a tratti paiono pure automi, replicanti, da tanto che sono dure e marziali; soprattutto, seducono senza quasi scoprirsi e la notazione, a questa altezza dello spettro modaiolo, non è da poco.
Si scoprono invece, e pure parecchio, le Sissi rock-rococò di Emilio Pucci, dove Peter Dundas si avventura, da par suo, in uno scenario di decadenza austroungarica, tra velluti, loden e lustrini, tra bustini e stampe d'archivio, che al pubblico sono molto piaciuti, ma che, senza uno scarto o una distorsione, di nuovo hanno ben poco.
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