Chiodo di pelle, jeans, borchie e guepiere dominano le passerelle
Tags: Balenciaga, Balmain, Ghesquiére, Manish Arora, Zac Posen

Ci eravamo appena acclimatati al nuovo purismo, alla sostenibile leggerezza dello stile, quando ecco che, giusto al secondo giorno di sfilate parigine, arriva la mannaia del punk, che si abbatte con un colpo secco e puntuto su tutto, facendo cenere di quanto visto fin qui. Del resto, nella moda di oggi la contraddizione stridente è principio della dinamica, quindi non è il caso di porsi domande. Dunque, punk da Balenciaga così come da Balmain, le star indiscusse in calendario, ma l'interpretazione non potrebbe essere più diversa. La svolta dura e metallica di Nicholas Ghesquiére, di primo mattino, è sonora, un vero bam!, a conferma che è prerogativa degli originatori andar controcorrente per fare di testa propria, sparigliando le carte con un acuto depistaggio dello status quo. L'atmosfera, spigolosa e per nulla aerea, è chiara già dal set: il Salone delle Aquile dell'Hotel de Crillon, teatro da qualche stagione degli show di Balenciaga, questa volta è trasformato in una giungla urbana, il pavimento ad intarsio completamente coperto da assi di legno nero a simulare l'asfalto bagnato. È la strada che entra nell'atelier, perchè il mondo là fuori richiede durezza e determinazione, e la fuga nell'empireo idealizzato dei veli impalpabili e del minimalismo evanescente è forse solo una negazione dalla realtà, o una soluzione di comodo.
Ghesquiére, almeno, la pensa così, e immagina un esercito di damine dai capelli corti e arruffati, o legati in una coda di cavallo - tutti volti nuovi, con qualche glorioso rientro, da Amber Valletta a Gisele Bunchen a Stella Tennant - che ai piedi , via le zeppe e i tacchi chilometrici, calzano incredibili stivaletti con la suola a carrarmato tempestata, a mo' di scarpe da golf, di borchie di metallo. Il cigolio delle pesanti calzature sul legno ritma lo show, in un crescendo che dai trench gommati a macro pied-de-poule arriva ai top glassati indossati con i jeans di pizzo laccato ai tecno-pepli di seta cellophane che ricordano tanto le stagioni migliori di Helmut Lang e Jean Colonna, altro designer in odor di revival. Anche da Balenciaga, dunque, si respira, seppure di sguincio, aria di anni 90, ma il buon Ghesquiére non è uno che fa le cose alla lettera, e nel calderone mette di tutto, dai Clash a Poly Styrene, dai biker a Siouxie, amalgamando gli ingredienti in una mischia tutta sua, industriale. Il risultato è tagliente, duro, assertivo: un calcio alla quiescenza.
Tutt'altra storia da Balmain, dove Christophe Decarnin pensa al punk in versione bombardona: quello che piace tanto alle giovani donne con forte potere di spesa - mogli di calciatori e celebrities da rotocalco in primis - che per le sottigliezze cerebrali dello stile proprio non hanno tempo, perchè per loro l'importante è sedurre, al primo sguardo. Il look è di una semplicità disarmante: chiodo di pelle o jeans, brulicanti di borchie; guepiere decorata di spille da balia, e poi shorts, mini o pantaloni di jeans lacero. Nulla che non si sia già visto in mille versioni, dal punk vero di King's Road a quello reinventato di Zandra Rhodes negli anni 80 e di Gianni Versace nei 90. È il cast a fare la differenza, però: modelle radiose, quasi senza trucco, che sembrano piombate in passerella direttamente dal backstage senza nemmeno cambiarsi, con le loro maglie sbrindellate e i capelli scarmigliati. Il più e il meno di Balmain sta proprio in questo: è una felice formula di styling, che in quanto tale è facilissima da copiare, ma che invecchia molto presto, a volte più velocemente della stagione. Finchè il marchio è cool, questo significherà domanda continua, ma a questo punto par chiaro che le cose non dureranno per sempre.
Certo, dopo tanta acuminata modernità le piume e le trasparenze da cabaret del giovanissimo Zac Posen, cocco di Anna Wintour al debutto a Parigi, sono a dir poco anacronistiche, così come il barocco cartoon della neo-star indiana Manish Arora. Più convincenti le intricate uniformi da scherma di Ann Demeulemeester, pure di una purezza forte e assertiva, e il minimalismo chic e borghese di Sharon Wauchob, designer cha da anni opera al di sotto del radar ma che di stagione in stagione mette meglio a fuoco la propria visione depurata e tattile dell'eleganza. Ma è Rick Owens a segnare, da maestro, la via vera dello stile futuro. E lo fa immaginando un esercito di donne sacerdotesse, ieratiche e distanti. Sono creature prive di ogni orpello se non i pettinini di osso sagomato che disegnano antenne aliene sulla testa; vestali che indossano lunghissimi abiti, strati aereodinamici che azzerano in un cortocircuito esaltante la distanza tra passato remoto e futuro. Sono figure seducenti e forti, ma non paurose. Chissà se le vedremo mai nella vita reale: sarebbe uno scarto epocale. A confronto di cotanta sintesi, i fiori e le smancerie colorate di Peter Copping per Nina Ricci sono forse un po' superflui, ma di certo fedeli all'eredità della maison. Del resto, lo dicevamo in apertura, la contraddizione è un tratto saliente della moda contemporanea.
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