Easywear per McCartney, opulenza per Valli, pelle-fetish da Ysl

Le sfilate parigine per l'inverno 2009, una epopea infinita lunga nove-giorni-nove, proseguono all'insegna del basso profilo. Manca il fermento, l'elettricità: in passerella, e di riflesso, tra il pubblico.
L'apertura, da Stella McCartney, è all'insegna del contrasto maschile-femminile, con le giacche da uomo dalle spalle squadrate che si alternano a pellicce di maglia e svelti abitini, con gli smoking da novella Grace Jones che lasciano il passo ad abiti lunghi e sinuosi caratterizzati da intagli intriganti e birichini giochi di nudo. Da giovane donna abituata alla frenesia della vita moderna, la McCartney capisce perfettamente cosa vogliono le sue coetanee, e le accontenta ogni volta. Manca forse il brivido della creazione, la scossa del nuovo, ma non è affatto detto che sia quella la meta che lei ricerca come stilista. Saper comunicare con il pubblico è un talento non da poco, e la ragazza lo possiede.
Da Giambattista Valli, di seguito, è, come sempre, tempo di dramma, e di couture. Che piaccia o meno, Valli ha creato una estetica, coerente e articolata, e la sviluppa in continuità da una collezione all'altra. Questa volta, almeno, ci dispensa i vitini di vespa e i gonnoni new look, e pure le rose, e vira in una direzione monastica, ma pur sempre opulenta, a vaghe tinte 70; le rigidità e gli anacronismi old school, invece, sono tutti lì. In una stagione di mini vertiginose, Valli fa l'opposto, e propone il longuette – lunghezza che lontano dalle passerelle non dona quasi a nessuna – con una serie di abiti-caftano, neri e severi, dalla vita alta e le maniche scultoree. Altrimenti sono giacconi a trapezio, cappotti ad astuccio con le maniche di volpe, e poi tocchi di broccato ologramma e tripudi di piume di pavone. La domanda, qui, è sempre la stessa: dove mai andrà una donna vestita così? Lontano, evidentemente, visto che Valli sopravvive alla grande anche in questa temperie di crisi e chiusure. Del resto, è proprio in questi momenti che gli happy few si rifugiano nelle loro vite dorate, e la sua è proprio una moda da vita dorata.
Da Viktor & Rolf, sotto l'occhio attento del nuovo patron Renzo Rosso, sfilano pieghe bloccate, panneggi trattenuti e superfici poliedriche ispirati alla bellezza ferma e sempiterna delle statue: il duo olandese è in modalità couture da gipsoteca. Il tema è esplicato, con dovizia di variazioni, in maniera martellante, ma non prende, e convince poco: sa di trovata estemporanea, di gadget, e mal cela la rigidità di una collezione che di giovane ha ben poco, e che anzi pare pensata per una signora borghese che di sperimentazione ha poca voglia. Una cliente più che plausibile, sia bene inteso: i due, semplicemente, dovrebbero capire da che parte andare a parare, e muoversi di conseguenza.
Dopo la giungla policroma e cartoon di Manish Arora, la giornata termina al Palais de Tokyo, dove Stefano Pilati emette il nuovo editto YSL in un set fatto di velluti rossi e grandi specchi, ma per nulla sfarzoso, anzi alquanto secco. Pilati ormai da un po' ha abbandonato i pouf e i pois per darsi al design, e questa collezione è l'ennesimo capitolo del nuovo corso. A dominarla sono pelle nera e flanella grigia, e una allure perversa da vera signora: quella che indossa il bustino di pelle sotto il tailleur, ma che non riesce a rinunciare alla camicia bianca vaporosa sulla gonna a matita; quella che si lascia tentare dalla sveltezza della tuta, ma che di sera indossa il tuxedo. Col suo insistere su proporzioni bizzarre e tagli inventivi, Pilati sembra essere alla ricerca del pezzo iconico, della silhouette memorabile, ma il tentativo non quaglia: a tratti è diluito, a tratti forzato. Rimane una idea azzeccata: l'aver trovato un cotè perverso anche alla ultraclassica flanella.
A domani.
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