Da Balenciaga a Nina Ricci, trionfano giacche striminzite e grandi imbottiture

Se c'è una città da additare come responsabile dell'attuale infatuazione per la spalla immensa, beh quella è Parigi. In questi giorni, il diabolico duo Carine Roitfeld-Emanuelle Alt, rispettivamente direttore responsabile e fashion director di Vogue Paris, vere istigatrici dal basso, complice il sempreverde Martin Margiela, del mefitico trend, non fa che sfoggiare giacchette striminzite dalle spalle smisurate. Le imitatrici, anche tra le italiane, non si contano, ma i risultati non sono sempre felici; anzi, sfiorano a più riprese il grottesco, e il ridicolo. Per tutte le aspiranti skinny bitch spalluta alla francese, le collezioni in corso di presentazione brulicano di imbottiture ben piazzate, a volte addirittura parossistiche, quindi all'arrivo del prossimo inverno ci sarà di che divertirsi.
Da Balenciaga c'è aria di cambiamento. Lo annuncia già l'invito: non il solito fax, secco e anonimo, ma una missiva scritta a mano con inchiostro blu, in bella e svolazzante grafia. Lo lascia presagire la sede dello show: non il solito spazio neo-industriale e freddo di Rue Cassette, ma i saloni rococò, tutti specchi e legni dorati, dell'Hotel de Crillon. E in effetti Nicolas Ghesquière, se così si può dire, esplora con questa collezione il proprio personale rococò, o qualcosa di molto simile. Un rococò dal vago sapore anni 80, che ci ha fatto più volte pensare a Dinasty, anche se a dirlo rischiamo l'esecuzione capitale, o una accusa di blasfemia. Via allora i tagli a spigolo e le costruzioni affilate di ieri, ecco spuntare drappeggi in quantità, sensuali e voluttuosi, ma in quella maniera asciutta che è tipica di Balenciaga. L'apertura è platealmente anni 80: top a maniche lunghe diamantè, con spalle evidenti, e gonnellina danzante; l'ondeggiare della silhouette si chiude con le scarpe, stivaletti a tacco alto guarniti di un ciondolante fioccone alla caviglia. Da lì è tutta una teoria di variazioni sul tema delle pieghe curve, che passa da una sensazionale serie di pellicce rasate e devorè e termina con un consistente gruppo di abitini stampati, asimmetrici e svolazzanti, nei quali l'omaggio al lavoro di Emanuel Ungaro è deciso, e forse voluto. Tanto sex appeal e tanta morbidezza, da Balenciaga stordiscono e spiazzano: la collezione richiede forse un po' di tempo per essere digerita, soprattutto nella parte jolie, perché da bravo "strutturalista" Ghesquière ha un modo di avvicinarsi alle stampe che non sempre convince. La valutazione, in sostanza, rimane aperta; il giudizio è sospeso.
Marco Zanini, al debutto daRochas, l'augusta maison francese rilanciata dal produttore italiano Gibò, opta per una suggestiva istallazione con specchi rotanti negli spazi immensi della galleria Yvon Lambert. La soluzione è quella giusta per apprezzare la fattura delicata e perfetta dei suoi abiti, ispirati ai film della nouvelle vague francese e carichi di una toccante malinconia. Dopo il breve passaggio da Halston, Zanini, che ha a lungo lavorato con Donatella Versace, sembra aver finalmente trovato il posto giusto per esprimersi, ma forse è ancora presto per dirlo.
Dopo il punk poetico di Sharon Wauchob, tutto drappeggi, plissè e flash metallici, è il momento di Balmain, in assoluto uno degli hot tickets della stagione. Come spesso avviene in questi casi, l'attesa spasmodica termina però in una cocente delusione. Ora che gli occhi di tutti i fashionisti gli sono addosso, il pur capace Christophe Decarnin gioca male le proprie carte: poteva diventare il nuovo wonder boy, e invece non fa che ripetere la solfa rock-80 che già ci aveva servito sei mesi fa. Lo stesso microabito strapless servito in mille varianti, dal diamantè alle borchie allo strascico, è davvero troppo poco per gridare al miracolo. Rimpiangiamo i giorni in cui alla sfilata di Balmain erano in pochi ad andare, la sala are più grande, e le idee più fresche.
Dal belga Bruno Pieters, subito dopo, è la volta di tagli prismatici che trasformano ogni singolo pezzo in un virtuosistico tour de force di costruzione, sottolineata dalla scelta di materie corpose come il tweed, e da una palette cupa, a dominante nera e bronzo. La silhouette, corta e svelta, è assai più accattivante che in passato, ma l'eccessiva concentrazione sulla tecnica produce un risultato rigido e distante, che è poi l'empasse dalla quale Pieters non riesce proprio ad uscire. Unire geometria e morbidezza, precisione e vita, è invece possibile, e lo dimostra, a seguire, Rick Owens, non ai livelli eccelsi delle scorse due stagioni, ma sempre in gran forma. Descrivere il lavoro di questo losangeleno trapiantato a Parigi non è facile, perché è fatto di ombre ed emozioni, di concretezza metropolitana e di poesia, trasfuse in abiti malleabili e veri, ruvidi e delicati, che di stagione in stagione cambiano poco, pur evolvendosi continuamente. Una novità comunque c'è: le gambe in vista; e poi la presenza massiccia del bianco, che sostituisce gradualmente il nero; ancora, i tagli a prisma. Coi loro giacchini svolazzanti e le cuffie di pelliccia e piume, le vestali guerriere di Rick Owens ci piacciono anche per il messaggio che suggeriscono: ci ricordano, in questi tempi duri, che si può ancora essere ottimisti, senza necessariamente fuggire in discoteca a perder la testa, come altri invece insistono a suggerire, anzi guardando dritto in faccia la realtà.
Ancora geometrie delicate da Lutz, e poi è la volta del teatrino noir di Nina Ricci, dove Olivier Theyskens, il contatto in scadenza, si produce in un omaggio horror alle iperfemmine diThierry Mugler che lascia senza fiato. Issate su zeppe-copina da meretrice settecentesca, simili in tutto a traballanti insetti, le signorine firmate Nina Ricci sono puro cabaret, ma nel loro esistere in un'altra dimensione, quella in cui la couture è puro gioco e sperimentazione, e il glamour regna sovrano, ci ricordano il potere enorme che l'abito ha di ridisegnare il corpo e distorcerlo, e per questo ci atterriscono mentre ci affascinano.
La giornata termina coi feltri militari e la decostruzione di AF Vandervorst, ma del concettualismo belga, cupo e distante, forse non ha più voglia nessuno.
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