Geometrie per Ferré e Jil Sander, Internet-style da C'N'C e teatro del '700 per D&G e Scervino

Le sfilate della moda donna a Milano proseguono in un clima di understatement più o meno forzato. La gente in giro è poca, e il mood, come dire, è abbacchiato, ma non per questo rinunciatario.
La giornata comincia con Ermanno Scervino. La vista in prima fila di Marta Marzotto e Flavio Briatore, e, subito dopo, della di lui moglie Elisabetta Gregoraci in passerella, riporta alla mente scene dalla celebrity culture del decennio passato: del tutto inutili, visto che il signor Scervino è bravissimo a confezionare il tipo di prodotto che piace alle donne vere, e che non ha bisogno di questi trucchetti per essere apprezzato. I suoi piumini-marsina, col collo in piedi e le rouche settecentesche, sono tagliati da maestro, e modellano con sapienza il corpo, mentre il mix continuo giorno-sera funziona bene, così come i piccoli abiti a panier. Niente di nuovo sotto il sole, sia ben chiaro, ma di questi tempi anche la conferma dello status quo è già un buon risultato.
Da C'N'C, subito dopo, è tempo di underground. Lo show è accompagnato da una esibizione live del duo belga Vive La Fete, riemerso dalla tomba dell'electro nella quale era cascato qualche anno fa. Dedicata alla plug generation, la generazione internet che mescola codici e sovrappone linguaggi in assoluta libertà, la collezione è un frullato anni 80 di giacche e cappotti oversize, di leggings e maglie di paillettes, di tessuti lucidi e feltro, di grigio e colore. Concetto interessante, affatto contemporaneo, non fosse che nel mix quel che emerge davvero è la fattura non proprio eccelsa dei capi, sicché il risultato alla fine convince poco.
Da Armani il futuro non è nemmeno un'opzione. Qui l'atmosfera è nostalgica, ma positiva: vagamente anni 40. Le gambe sono scoperte, il nero abbonda e volant e falpalà aggiungono una nota frivola, ma col classico contegno Armani. Da D&G, invece, l'ispirazione è teatrale nei miniabiti a crinolina e nelle giacche trapuntate come poltrone d'antan, mentre da Gianfranco Ferré tornano di nuovo gli anni 40, ma in una maniera plumbea, drammatica. Roberto Rimondi e Tommaso Aquilano continuato a svolgere con estrema diligenza il loro compito, ma la concentrazione è tale che manca un pizzico di leggerezza. La silhouette prismatica è un ammirevole tour de force d'esecuzione sartoriale, così come la costruzione delle spalle a scatola, ma l'effetto finale è un po' irreale, o se non altro richiederebbe d'esser molto diluito per poter filtrare nella vita vera. Insomma, i due sono sul pezzo: dovrebbero solo aprirsi alle gioie dell'errore, lasciarsi un po' andare, e dare alla fine un po' più di vitalità alle loro collezioni, e sarebbe fatta. Il compito perfettamente svolto, del resto, non sempre è il migliore.
Chris Bailey, da Burberry Prorsum, continua la sua ricerca di un romanticismo moderno, non zuccherino. Mescola maschile e femminile, broccati e lane secche, abiti da debuttante e giacche maschili, e tiene tutto insieme con una toccante la palette di toni densi e boschivi, e fa centro.
E poi finalmente arriva Raf Simons, da Jil Sander, a ricordarci che inventare lavorando in sottrazione è ancora possibile, che la moda può ancora essere creazione pura, senza per questo risolversi in astrazione. La collezione è perfetta: couture, ma con lo sguardo rivolto al futuro, nel jersey di neoprene che si attorciglia in clessidre organiche e autosufficienti intorno al corpo, ispirate al lavoro del ceramista Pol Chambost; fedele al proprio dna, nei capi double di eleganza leggiadra, indossati con ballerine rasoterra in colori off, ispirati al lavoro della signora Jil Sander in persona. Tutto parla di serenità e ricerca, tutto tocca il cuore, ma in maniera secca e per nulla leziosa. Moderna.
Al confronto, la seconda prova del pur promettente Gabriele Colangelo, tutta rasi e plissè, appare un po' ingolfata. Del resto la semplicità è il più arduo dei risultati. Colangelo promette bene, e di perfezionarsi ha tutto il tempo. Lasciamolo lavorare.
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