La rivista Area gli dedica una mostra alla Triennale e lui dice: «Italians do it better»
Tags: Karim Rashid, Milano, New York, Salone del mobile

Ancora poche ore e Karim Rashid sarà a Milano. La sua presenza è una costante del Salone del mobile da molti anni: il designer di origini egiziane ha lavorato con moltissime aziende italiane, spaziando dall'arredamento all'illuminazione. Oggi risiede a New York, dove ha sede il suo studio, che sforna progetti di ogni genere, spesso legati anche alla moda, all'arte e alla musica. Ma quest'anno Rashid ha un motivo in più per venire a Milano: Area, periodico internazionale di architettura e arti del progetto edito dal Gruppo 24 Ore, presenta alla Triennale la mostra "Karim Sampler. An edit for the last 15 years", curata da Marco Casamonti, direttore di Area, e che resterà aperta, con ingresso libero, dal 12 al 17 aprile, in concomitanza con il Salone del mobile. Un percorso di 400 metri attraverso video, disegni, installazioni ma soprattutto oltre 100 pezzi o "blobjects" – come li definisce Rashid – curvilinei, smussati, sensuali, esposti a teatro su pedane rialzate o proiettati a muro.
Cosa le piace di più del rapporto con le aziende e gli imprenditori italiani?
Lavoro spesso con aziende italiane e mi piace molto perché ho sempre trovato una reale sinergia tra la mia filosofia e il mio modo di fare le cose e quello che le aziende committenti vogliono. In Italia le imprese del design hanno tuttora una sensibilità per le capacità artigianali e ne tengono sempre conto quando esaminano un progetto. Gli imprenditori apprezzano le sfumature e gli aspetti più sottili della bellezza, ma allo stesso tempo sanno guardare al futuro e spostare un po' più in là i confini dell'estetica del design. Ho lavorato con Artemide, Cierre, Bonaldo, B-Line, Memphis, Felice Rossi, Zerodisegno e moltissime altre aziende e credo che queste collaborazioni mi abbiano portato a produrre alcuni dei miei lavori migliori.
Cosa significa per lei il Salone del mobile?
Ho appena compiuto 50 anni, proprio come i Saloni... Penso che non sia una coincidenza, devo moltissimo all'Italia, anche in questo momento. Ho 30 clienti nel vostro Paese, voi italiani mettete passione in tutto quello che fate e, come designer, mi permettete di sperimentare, mentre la maggior parte dei miei clienti stranieri ha un approccio molto diverso, hanno paura di rischiare lasciando troppa libertà creativa. È vero quello che si dice: Italians do it better... Quanto a Milano, l'ho sempre amata, è la Mecca del design, in senso letterale: settimana prossima 300mila persone con un animo incline al design, affronteranno un vero e proprio pellegrinaggio per raggiungere la città. Per molti giorni respireremo tutti entusiasmo per il design in senso teorico, per l'innovazione e la bellezza, ma anche per il business del design. Milano e il Salone del mobile sono stati importantissimi per far capire al mondo intero che il design può essere un motore economico. Oggi la città è la quintessenza della combinazione tra espressione artistica e finalità economica. Ma Milano non è solo questo: io vengo ispirato anche solo camminando per la città, frequentando le feste, i bar, le librerie, i negozi di abbigliamento, i musei. Milano è sempre interessante, piccola ma culturalmente ricca, raccolta ma dallo spirito globale.
C'è un prodotto, un progetto, al quale è particolarmente affezionato?
Sì, è la lampada Doride che ho disegnato per Artemide. Per me si tratta di un pezzo speciale perché avevo solo 19 anni quando l'ho pensata, andavo ancora all'università. Vederla realizzata anni dopo, quando avevo ormai intrapreso la carriera di designer, è un fatto che mi emoziona e mi affascina.
Chi è il suo designer preferito o quello che l'ha maggiormente influenzata?
Cerco di non avere un designer preferito o, più in generale, cerco di non avere preferenza assolute per alcunché. In questo modo resto costantemente aperto a nuove idee e posso espandere le mie conoscere e fonti di ispirazione. Ci sono però molti designer, artisti, architetti ai quali ho guardato e che alla fine, in qualche modo, hanno influenzato il mio lavoro. Posso citare James Turrell, Robert Irwin, Dan Graham, gli esperimenti organici di Luigi Colani, Frederik Keisler, Sarranin, Niemeyer, e Noguchi. O ancora, il design frugale ed efficiente di Eames, Nelson, Neils Diffrient, il designer attento alle tematiche ecologiche, ma anche gli italiani sperimentatori degli anni 60, come Sottsass, o, più vicini a noi e ancora in fertilissima attività, come Bellini, Mendini, Gaetano Pesce, Andrea Branzi.
Lei ha lavorato a oltre 3mila progetti e le sue opere sono nelle collezioni permanenti di molti musei. Cosa si prova, a soli 50 anni, a essere già presenti in tante istituzioni?
È una grandissima soddisfazione e una conferma dei valori e della filosofia che ha sempre ispirato il mio lavoro, dagli anni dell'università al presente. Quest'anno sono stato persino inserito nell'Interior Design Hall of Fame e ho vinto 27 premi. Non potrei essere più eccitato e felice, ma allo stesso tempo non posso dirmi soddisfatto. Guardo sempre al futuro, sono alla costante ricerca di quella che potrebbe essere la prossima sfida.
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