Il designer presenta il modello 566 creato per Jaeger-LeCoultre in collaborazione con Baccarat
Tags: Basilea, design, Jaeger-LeCoultre, Marc Newson, Miami, Milano, Parigi, Salone del mobile, Tokyo

Il Salone del mobile non solo è la più grande manifestazione mondiale sul design, ma per me è la più importante. Personalmente vengo solo a Milano: agli altri eventi - Miami e Basilea, ad esempio - non partecipo perché non incarnano quello che cerco. L'omaggio alla realtà milanese arriva da Marc Newson, 47 anni, designer australiano trapiantato nel Regno Unito. Newson, un passato tra Sidney, dove ha frequentato il Sydney College of the Arts, Tokyo, città in cui ha vissuto alla fine degli anni Ottanta, e Parigi, è a Milano per presentare il secondo capitolo di una collaborazione, quella con la maison svizzera di orologeria Jaeger-LeCoultre, iniziata nel 2008 con Atmos 561.
Il designer australiano ha nuovamente attualizzato e personalizzato la pendola, nata nel 1928 e diventata uno dei simboli del brand svizzero, dando vita al modello 566. Un gioiello - costa 87mila euro - di orologeria dal meccanismo quasi perpetuo, racchiuso in una cassa di cristallo Baccarat, nella versione trasparente oppure azzurrata. E in edizione rigorosamente limitata. A volere un tocco di colore, inusuale per l'orologeria d'alta gamma, è stato proprio il designer. Un perfezionista. «Mi sono ispirato al cielo stellato dell'Australia. All'inizio - racconta - non riuscivamo a realizzare la tonalità che desideravo. Il blu del cielo visto da Londra o da Ginevra, mi creda, è totalmente diverso rispetto a quello che si vede da Sidney».
Cosa l'ha portata a questa seconda collaborazione con Jaeger LeCoultre e, soprattutto, con Atmos?
La voglia di creare qualcosa di perfetto. Superficialmente si potrebbe pensare che le due pendole - Atmos 561 e Atmos 566 - siamo molto simili. Non è così: in questo nuovo progetto, però, ho visto l'occasione giusta per creare un prodotto tecnicamente impeccabile, focalizzandomi in particolare sul movimento e sul meccanismo. La conoscenza del prodotto, dovuta al primo progetto, ha costituito un background indispensabile.
E gli altri progetti?
Certo: un nuovo packaging per Dom Pérignon, innanzitutto. Si tratta di un brand a cui sono molto affezionato: lavoriamo insieme da sei anni. E poi ho firmato una linea con la Smeg, in esposizione a Eurocucina. Un prodotto che unisce la creatività - con un tocco deciso di colore - a performance di alto livello.
Le piace collaborare con i brand italiani?
Lavoro soprattutto con marchi italiani: in passato con Cappellini e Flos - un'azienda che amo davvero tanto - e ora con Smeg. Credo che il design debba avere un respiro globale perché, contrariamente alla musica o all'arte, è una disciplina totalmente trasversale. Il Made in Italy in passato ha costituito il cuore del design mondiale. Era un'istituzione: in questo nuovo e più ampio scenario, ad ogni modo, continua ad avere una marcia in più.
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