La produzione dell'artista giapponese è una continua ricerca di ciò che si trova in natura

È famoso per le sue bellissime e innovative sedie (dalla "Pane", cotta in un forno, alla "Bouquet") che crede siano il miglior modo per entrare in contatto con la gente. Ma al Salone del Mobile presenta "Cloud", un divano in carta prodotto da Moroso. Tokujin Yoshioka, 42 anni, è uno dei designer giapponesi di tendenza. È legato al suo paese, ma lavora al di là di ogni frontiera e tendenza, in nome di una profonda ricerca. Volta a trovare ciò che può ancora stupire l'uomo.
Lei sostiene che il design non può essere descritto, ma esso stesso racconta una storia. Di che cosa "parla" la sua produzione?
Mi piacerebbe che una persona percepisse di più nel vedere una mia opera piuttosto che nel comprendere il messaggio che invia. Se mi chiede che cosa vuole sentire la gente davanti a un prodotto di design le dico che le persone sono attratte dal viaggiare in territori sconosciuti che attraversano il passato e il presente.
In che modo i cambiamenti della società hanno influito sulle sue opere?
Recentemente ho indirizzato il messaggio di una delle mie opere, Venus Cristal Chair, alla causa ambientalista. I rapidi cambiamenti della società, soprattutto quelli tecnologici, hanno fatto sì che oggi qualunque cosa possa diventare reale. Voglio credere che in natura esista qualcosa che va oltre l'immaginazione. Attraverso il design voglio riuscire ancora una volta a pensare alla Terra e a sentire la bellezza e il potere della natura.
Parte integrante delle sue opere è una complessa ricerca nei materiali: sono l'elemento più importante per definire l'identità dell'oggetto?
Sono molto importanti, certo. Ma quello che mi preme è come una creazione possa toccare il cuore della gente. Poi esigo che il mio lavoro sia veramente qualcosa di nuovo: le mie profonde ricerche sono funzionali a tutto questo.
Lavora spesso con importanti brand occidentali. Questa commistione è una buona chance per far viaggiare il design oltre i propri limiti e per diventare un punto d'incontro tra culture?
Quando lavoro per grandi aziende non intendo né armonizzare la cultura occidentale con quella giapponese né l'identità del marchio con la mia poetica. Normalmente individuo le caratteristiche più interessanti dell'azienda e le esprimo nel modo migliore. Ma non aiuto il brand nelle strategie di marketing: traduco semplicemente l'anima della compagnia in un prodotto di design. La sua produzione è un esempio dello stile giapponese?
No, non ho mai voluto incorporare elementi tipici del mio paese nel mio design. Paragono spesso il mio lavoro alla cucina giapponese: preparare il sushi non vuol dire solo affettare il pesce e arrotolarlo. Significa piuttosto scegliere gli ingredienti giusti, con attenzione, conoscendo a fondo il mare e i pesci. Solo in questo modo può essere considerata una cucina completa.
Dove preferisce lavorare?
A Tokyo, senza dubbio. È in questa città che negli ultimi vent'anni ho stretto rapporti con molti ricercatori ed esperti di tecnologia. Le loro discipline sono un punto di partenza importantissimo nel processo di ribaltamento del senso comune che voglio mettere in atto. Mi interesso ai luoghi in cui si trovano le aziende in cui lavoro solo nel momento in cui si dimostrano ansiose di voler intraprendere nuove sfide.
Chi, tra i designer giapponesi, considera suo maestro?
Shiro Kuramata e Issey Miyake: da loro ho imparato davvero molto. Hanno sempre lavorato su un piano internazionale e questo ha reso molto difficile incontrare le loro aspettative, ma credo proprio di aver tratto molti benefici da queste esperienze.
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