Il creativo della Mauritania racconta i suoi spazi urbani del post apartheid

«Se il design è appropriazione e trasformazione, allora in Africa il design è una risposta alle molte sfide quotidiane. Parte da un bisogno e diventa innovazione usando le poche risorse disponibili. Serve tanta creatività». Doung Anwar Jahangeer è nato in Mauritania 39 anni fa e vive in Sudafrica dal 1992; lì è diventato architetto e poi per tre anni ha viaggiato in Europa, Asia e per l'intera Africa. Ha un particolare stile casual che non fa stupire quando racconta che da ragazzino sognava di lavorare nella moda. Gli si illuminano gli occhi quando parla della moglie e del bimbo appena nato, apre il cuore e tira fuori l'orgoglio nativo quando spiega cosa si può fare per uno sviluppo consapevole legato al territorio. Ha appena vinto il premio per il miglior progetto a Indaba Design, importante conferenza internazionale che si tiene ogni anno a Cape Town e che offre un panorama sulla produzione africana presentando giovani designer, architetti, artisti e stilisti.
Ci racconti con quale progetto ha vinto.
"Spaza-de-move-on" è un banchetto trasportabile per piccoli venditori ambulanti di cui le strade delle città sudafricane oggi sono piene. Durante l'apartheid la polizia arrestava gli ambulanti a decine in raid quotidiani: ora per fortuna non succede più, tanta gente cammina e si ferma ad acquistare bevande o snack. Un venditore che incontravo sempre e con cui avevo stretto amicizia un giorno mi chiese: «Quando farai qualcosa per me?». Fu l'ispirazione per una soluzione ad hoc.
Quindi ciò che influenza il suo lavoro è sempre un bisogno sociale?
Quello che mi influenza maggiormente è la cultura della povertà. L'ispirazione la cerco nella gente comune. Le città qui stanno crescendo velocemente, l'urbanizzazione è un fenomeno recente, io lavoro per un nuovo uso degli spazi pubblici. La mia filosofia è quella di un'architettura senza muri in contrapposizione al concetto di base dell'architettura che è quello di dividere gli spazi. Credo invece che gli spazi siano disegnati dalle persone che si muovono in un luogo. Durante l'apartheid la pianificazione urbana è stata funzionale al perpetuarsi di una ideologia razzista, molte città sono state costruite imitando gli esempi di Le Corbusier, contribuendo così alla nascita delle pericolose gang dei caseggiati-ghetto di Cape Town. Lo sviluppo urbano può essere una pratica per dare la possibilità alla gente di esercitare il proprio diritto alla libertà.
Quali sono i suoi progetti più importanti?
"21st century shack" ("baracca del 21° secolo" ndr) è un progetto di ricerca sulle necessità abitative in Sudafrica. Nel mio collettivo Dala artarchitecture è fondamentale il ruolo della sociologa Rike Sitas, specializzata nello studio dell'arte pubblica per un cambiamento sociale e nelle dinamiche degli spazi urbani post-apartheid. Altro progetto importante è stato "Citywalk", un'iniziativa partita dalla città in cui vivo, Durban, e che ho esportato anche a Johannesburg, Londra, in Brasile a Belo Horizonte e in Svezia a Malmo: si tratta di interventi diversi all'interno dei percorsi urbani, installazioni ad esempio, che puntano alla riflessione sulla percezione degli spazi cittadini.
Qual è un progetto realizzato in questi anni che può indicare una strada da seguire come via africana allo sviluppo?
Il cartellone pubblicitario realizzato con pannelli solari in una scuola, non lontano da qui, ad Alexandra, che fornisce l'energia sufficiente per la corrente e la preparazione dei pasti quotidiani di 1.100 bambini. L'idea è stata dell'agenzia sudafricana Network BBDO, una delle 30 agenzie di comunicazione più premiate al mondo. Un progetto veramente intelligente fatto di creatività e sfruttamento sostenibile di una risorsa che qui abbonda: il sole.
C'è una tendenza riconoscibile nel design africano?
L'Africa è un continente grande e complesso con diversi problemi da risolvere. È pieno di identità multiple. Diversamente dal design occidentale in cui le idee derivano perlopiù da un'elite trainante, qui nascono da un bisogno sociale, vengono dal basso. Il legame tra le diverse tendenze è questo: individuare un trend definito è difficile.
Ha mai partecipato ad un evento espositivo in Italia? Le piacerebbe lavorare col nostro Paese?
Sono stato in Italia, ma non ho mai partecipato ad eventi come il Salone di Milano. Il design italiano è fondamentale, penso alle automobili, e ovviamente alla moda. In architettura un modello per me insuperato è sicuramente Bernini, mentre dei contemporanei ammiro Renzo Piano. Mi piacerebbe progettare per un'azienda italiana.
Prossimi progetti?
Mi è stata commissionata un'opera pubblica a Johannesburg: come dimensioni, sarà la più grande opera d'arte contemporanea in Sudafrica.
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