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«Quello che mi interessa del design è il metodo artigianale, che coniuga la nostra memoria con l'aspetto industriale, quindi la necessità di rivedere in chiave seriale la cultura degli strumenti d'uso tradizionali». Patricia Urquiola è una 47enne entusiasta, un fiume inarrestabile di parole e idee che ti travolge mentre parla di ogni cosa: di sé, del suo lavoro, della casa dove vive con il compagno Alberto, due figlie piccole e una cagnetta. È un architetto a 360 gradi. Anzi, come si dice in gergo, un architetto integrato, ovvero che realizza mobili, interni, allestimenti ed edifici. Senza disdegnare i piccoli oggetti di design come Buckle, l'orologio ideato per Alessi nel 2005. «La cosa comune è il processo creativo - spiega - che è uguale per qualunque prodotto, anche se cambiano la scala e la complessità del sistema».
Lei è cresciuta e si è formata come architetto a Madrid, ma il successo è arrivato in Italia: come mai?
È a Milano, dove mi sono laureata nel 1989 con Achille Castiglioni, che ho scoperto l'importanza e la dignità del design. E ne è nata una passione. L'Italia è il centro del mondo nel mio settore, per la ricchezza rappresentata da capacità, raffinatezza, passione e complicità dei tecnici, unite a coraggio, curiosità e buon gusto degli industriali. Ma anche per la rappresentazione del design, che avviene durante il Salone del Mobile, l'evento internazionale più importante.
C'è un filo conduttore nel suo lavoro?
La mia curiosità: mi piace mettermi in relazione con le cose assieme a cui vivo, che fanno parte della mia quotidianità. Un nuovo progetto può nascere da tutto ciò che fa parte della mia memoria emotiva. All'inizio di un lavoro, nemmeno io so come verrà fuori: nella prima fase c'è una buona dose di libertà intuitiva, faccio una serie di associazioni di idee e poi applico un metodo.
Che tipo di metodo?
Ho un certo talento nel ragionare con le mani, mi riesce bene tradurre in cose i miei pensieri...
Oggi lei è tra i designer più richiesti dalle aziende: come fa ad adattare il suo stile a marchi anche molto diversi tra loro?
Per natura sono molto socievole. Mi piace entrare in contatto con la gente per cui lavoro, vedere le loro facce, capire come operano i tecnici. Se mi trovo bene con le persone, allora mi adatto senza problemi. Io sono un elemento esterno che deve spostare i limiti tecnologici: ho una grande responsabilità. Per lavorare nell'industria, occorre anche vendere: come si riesce a creare forme commerciabili senza che siano commerciali? Cerco sempre forme nuove, interessanti, associazioni inedite. Poi spero che piacciano. Quando lavoro non penso alla vendita, però ho molto rispetto per le persone che dovranno usare i miei oggetti e cerco di fare prodotti che siano utili, comodi e funzionali.
E quali le sembrano i Paesi o le città più interessanti?
Tokyo sta vivendo un grande fermento creativo. E poi sono interessanti la Scandinavia per la tradizione e il gusto, la Germania per le scuole, la Francia per i designer e Londra per i media.
Verso quali tendenze le sembra che si stia orientando il design contemporaneo?
Verso una non tendenza. Nell'offerta di strumenti integrabili in modo diverso, personalizzabili, declinabili secondo le esigenze e desideri di ognuno.
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