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Fabio Novembre è un fiume di parole e non ha nessun problema ad ammetterlo. Si racconta con piacere e nel faccia a faccia suona autentico. Si mette a nudo, ed è molto diverso da come appare sulle copertine dei magazine più cool o nelle mille fotografie che aprono il suo sito internet. Se nella rappresentazione mediatica la sua immagine ha un fascino un po' dark, silenzioso e quasi troppo consapevole, nelle nostre chiacchiere, Novembre si muove con una naturalezza piena di autoironia. Ha 41 anni, è pugliese, ed è il designer italiano più celebrato del momento. Ha sposato Candela, una splendida ragazza argentina, forse anche sulla scia della sua passione per i narratori sudamericani. Sua figlia l'ha chiamata Verde, anche perché "Verde Novembre" gli sembra un bell'ossimoro. Le icone dei santi hanno costellato la sua infanzia e «colonizzato la sua testa»; come Umberto Eco, si definisce «ateo, nel senso che crede in tutti gli dei», e cerca la religiosità nelle forme sconvolgenti della pasticceria siciliana come nel cinema contemporaneo. Ma non si è mai sentito una pecora del gregge di cui, da bambino, gli parlava il prete. Crede «fortemente nella soggettività e nella possibilità di renderla universale», crede, ancora, in una strana teoria del pareggio quotidiano – «non possiamo accumulare credito o debito, dobbiamo chiudere la giornata in pari»- , parla spessissimo d'amore e crede che vinca su tutto, lo riconosce anche nello sguardo che si scambiano due mummie nelle catacombe dei Cappuccini palermitani.
Signor Novembre, lei è cresciuto in un Sud Italia pervaso dalla tradizione cattolica, viene da una famiglia che ha definito "piuttosto semplice". Con il suo lavoro e il suo stile di vita si è allontanato molto da queste origini?
Non mi piace parlare di emancipazione, ma di evoluzione. Credo che l'uomo sia un animale conformato per evolversi, andare in avanti - parlo anche della sua fisicità nel movimento. È un animale proiettivo. Certo, ci sono evoluzioni naturali, diciamo graduali, che avvengono nelle generazioni: forse sono quelle meno rischiose. Poi ci sono delle evoluzioni un po' più rapide, caratterizzate da una punta di follia – mi viene in mente il pescecane vegetariano del film di animazione Nemo che ho appena visto. In casi come questi, forse, ci si mette in gioco di più, ci vuole più slancio e allenamento. Alessandro Mendini aveva in casa i quadri di Savigno, traduceva nel suo design i dipinti di Umberto Boccioni: il suo immaginario era nutrito profondamente da queste opere. Il mio caso è molto diverso: io ho lavorato compiendo operazioni di incredibile trasfigurazione, da Santa Lucia alle linee, ai colori dei miei oggetti.
Da "salti di vita" come i suoi deriva più una sensazione di forza o di fragilità?
Rispondo con un aforisma che ho inventato un po' di tempo fa: a forza di fare passi più lunghi della gamba, finisce che le gambe ti si allungano davvero!
Parla spesso di libertà. Ha anche detto che «non siamo mai stati così liberi come in questo momento storico, liberi ad esempio di comprare una chaise longue da Ikea a 80 euro, come una di Marc Newson a 1 milione di dollari». Cosa intende?
A me piace guardare le cose negative con un filtro positivo: pochissimi possono comprarsi una Chaise Lounge di Marc Newson, ma il fatto che da Ikea si possa acquistare un oggetto simile, persino più comodo per me è una forma di assoluta libertà. Mi spiego: il dato economico è quasi insignificante. Il prezzo è una connotazione in più, non è un valore, è un codice aggiunto: nulla vale realmente il suo prezzo, il prezzo è un codice politico. Ad esempio, ho sempre visto il codice a barre come un tatuaggio, qualcosa di puramente decorativo.
Il suo rapporto con il lusso?
Tutto quello che faccio è molto dispendioso, mi rendo conto di non essere bravo a fare le cose con pochi soldi. Il mio registro espressivo sembra richiedere, inevitabilmente, molto denaro, i materiali che uso sono costosi. Ma forse il lusso è un'altra cosa. Io dico sempre ai miei clienti che loro pagano il mio tempo, non il mio lavoro. Lusso per me è vivere in questa casa che è anche il mio studio, avere tempo da dedicare a mia moglie e ai miei figli.
E il rapporto con la sua immagine? Sembra molto diverso dall'immagine che mostra dalle copertine delle riviste, o anche dalle foto pubblicate sul suo sito…
Ti capita mai di ridere mentre ti guardi allo specchio? A me no. Forse le mie immagini, forse anche quelle che diffondo io, assomigliano di più a quella che io vedo davanti allo specchio. Credo che faticherei a riconoscermi in un ritratto di me troppo aperto, pieno di parole, un uomo emotivo e con un'affettività così evidente.
Affettività diffusa, forte emotività…come è stato preparare una personale così importante come quella di Milano?
Per settimane ho fatto fatica a prendere sonno la notte, poi è subentrata una grandissima emozione: quella della Besana è una super vetrina! Non è senso del pudore, è più una sensazione da pre-recita scolastica. Questa mostra è un importante evento, è vero, d'altro canto però credo sia giusto cominciare anche in Italia a dedicare spazi del genere a designer ancora "giovani" o ancora in vita. Spero che questo mio "caso" apra la via agli altri.
Cosa c'è nella sua mostra?
Gli ultimi quindici anni della mia storia, raccontata attraverso il mio lavoro e raccolta parallelamente in un catalogo edito da Skira. A chi mi conosce sembrerà strano, ma non c'è neppure un'immagine di me in mostra; solo quello che ho fatto, che non è neppure moltissimo. Mi accorgo di aver scelto sempre mai più di tre progetti all'anno, di aver "distillato" molto, mi piace dire così. E alla fine i miei lavori sono diventati dei super-alcolici, un po' inebrianti e ma anche impegnativi.
www.novembre.it
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