intervista

Citterio: «Al design servono meno geni e più professionisti»

«Ci siamo troppo parlati addosso sull'italian style invece di sviluppare tecnologie»

di Giovanna Mancini


«Ma lei vuole parlare di design o di designer?». Antonio Citterio, 58 anni, mi accoglie con questa domanda al quarto piano del suo studio in via Cerva, nel cuore di Milano. La risposta non è scontata per lui: «Oggi, soprattutto nelle nuove generazioni, il designer tende a essere sempre più spesso una figura autonoma, ben distinta dall'architetto, come del resto è sempre stato nella cultura anglosassone».
Per lei è diverso?
Io non ho mai disgiunto l'architettura dagli interni o gli interni dal prodotto: per me architetto e designer sono una sola persona, in linea con la tradizione della scuola milanese di Gio Ponti, Vico Magistretti o Marco Zanuso. Eppure, anche nel mio studio, dove lavorano 48 persone, il design è ormai una parte autonoma.
L'attività resta però trasversale?
Sì e la trasversalità ci sta dando ottime opportunità professionali, perché ai committenti conviene avere un solo referente. Mi interessa l'osmosi tra l'esperienza industriale e quella architettonica. L'attività in fabbrica, sul pezzo, dà una concretezza che poi serve anche nello studio di architettura.
Lavorate di più in Italia o all'estero?
Da circa tre anni lavoriamo molto anche in Italia, ma il mercato più importante resta la Germania.
Dove cerca l'ispirazione per i suoi progetti?
La professione di un creativo non è astratta: l'idea non viene da un'illuminazione! Questa è una visione ingenua del design, diffusa anche attraverso i mass media, che identifica il designer e il creativo con personaggi stravaganti, vestiti in modo bizzarro.
Cos'è invece per lei la creatività?
La creatività di un architetto o di un designer si basa su un lavoro di ricerca continua, su una profonda consapevolezza estetica, tecnica e gestionale. Un designer agli esordi sperimenta seguendo intuizioni, ma poi la creatività diventa una continua sofisticazione.
Il design italiano ha queste caratteristiche?
È un momento in cui il lavoro di architetti e designer è diventato molto mediatico e il contenitore è più importante del contenuto. Invece avremmo bisogno di meno geni e più professionisti. Ma in Italia, purtroppo, vedo una scarsa preparazione tecnica: ci siamo parlati addosso per anni portando avanti l'idea dell'italian style anziché sviluppare tecnologia e siamo diventati un Paese sempre più manifatturiero. Questo sarà un problema in fase di deindustrializzazione e delocalizzazione: temo che, spostando la produzione, si sposterà anche la creatività, perché la creatività è parte dell'humus industriale.
Il fermento creativo si sta già spostando altrove?
In Italia il livello delle università è basso ma ci sono buoni talenti e Milano, con il Salone del Mobile, è ancora un polo fondamentale e sempre più internazionale per il forniture. Teniamocelo ben stretto finché c'è.
Lei lavora per molti marchi: come si riesce a mantenere la propria identità e al tempo stesso adattarsi a diversi committenti?
Il mio approccio è sempre lo stesso: quando ho un'idea per un prodotto mi chiedo innanzitutto se io lo comprerei. E procedo soltanto se la risposta è affermativa. Mi piacciono i prodotti normali, lavoro per sottrazione, per sintesi, senza stravolgere la memoria collettiva di una determinata cosa.

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