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«Lavoro ancora al tecnigrafo: per me la manualità del segno è importante: sono i miei collaboratori che trasferiscono tutto al computer». Antonia Astori, 68 anni, è una donna minuta e cordiale, elegante nella sua sobrietà che ispira tanto i progetti quanto l'atmosfera del suo studio e il suo modo di vestire. «Non ho lo spirito del collezionista - racconta -. Amo il vuoto e la mia casa è molto essenziale. Terrei le pareti bianche, ma mio marito è appassionato di tappeti antichi e ne ha appesi anche al muro». Del resto, quando ha iniziato a lavorare era il 1968 e «si respirava un clima di rinnovamento sociale - dice -. Avevamo davanti un terreno vergine, c'erano pochi modelli per la nostra idea di casa anti-borghese, più mobile, con più spazi aperti, a prezzi accessibili a tutti. Avevamo una visione non elitaria del design».
Oggi il design si rivolge invece a un mercato di nicchia?
In realtà non è così: molte aziende producono diverse linee, pensate per clienti differenti e quindi con prezzi diversi. Forse però manca questa consapevolezza nelle persone ed è anche un po' colpa dei media, che mettono in risalto sempre più l'aspetto del lusso, mentre il design non è solo questo.
Lei è più incline a un design legato alla produzione industriale?
Magistretti diceva che il design italiano è nato da un felice incontro tra creatività e industria e io mi riconosco molto in questa definizione. Ho una formazione fortemente razionalizzante e quindi mi trovo meglio a lavorare in serie. Ma la tendenza a fare collezioni limitate c'è sempre stata e non vedo i due approcci in contrapposizione: Sottsass ha sempre realizzato pezzi unici accanto a quelli in serie.
Vede qualche tendenza che si sta imponendo, nel design contemporaneo?
A differenza degli anni Novanta, quando imperava il minimalismo, oggi vedo un vero trionfo di stili diversi. C'è molto eclettismo, molta disinvoltura e una grande libertà di scelta. Noi lavoravamo con un ideale sociale in testa, mentre oggi forse si lavora di più per il bello, per un prodotto che piaccia al cliente.
E non è giusto pensare al cliente quando si lavora?
Certo: quando disegno un prodotto penso prima di tutto se può essere utile. Per fare il nostro mestiere bisogna saper cogliere lo spirito del tempo, i desideri collettivi. Ma se ci si interroga ossessivamente su cosa vuole la gente non si arriva da nessuna parte.
Crede che il design italiano meriti ancora il primato che gli si attribuisce?
Il made in Italy è senza uguali nel mondo, ma si è internazionalizzato, sia perché ormai molti designer stranieri lavorano per marchi italiani, sia perché la distribuzione è diventata globale.
Da dove arrivano le idee e i talenti più interessanti?
Si sta imponendo una generazione di 40-45enni molto bravi, che arrivano da tutto il mondo e spesso lavorano in Italia, come Patricia Urquiola, che è spagnola, i fratelli Bouroullec, francesi, l'olandese Marcel Wanders, il giapponese Tokujin Yoshioka, i fratelli Campana, brasiliani, il tedesco Konstantin Grcic, l'italiano Fabio Novembre...non ci sono barriere alla creatività!
È importante per lei partecipare al Salone del Mobile di Milano?
È un appuntamento fondamentale. Quando ho iniziato c'era solo il Padiglione 30 dedicato al moderno ed era un'occasione di incontro e confronto per addetti ai lavori. Oggi è più difficile vedersi, perché è diventata una manifestazione enorme, corale, aperta a tutti. Ma la qualità è sempre migliore e, tra tante fiere del mobile, rimane la principale.
www.antoniaastori.it
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