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«Gli industriali del design vogliono allo stesso tempo prodotti bellissimi, economici e in grado di piacere a tutti. Non investono in cultura né in formazione. I designer fanno tutto da soli: studiare, crescere, fare esperienze. Se avessi aspettato un intervento del mondo dell'industria, la Domus Academy sarebbe ancora sulla carta». La scuola di design Domus Academy è solo uno dei progetti che Andrea Branzi ha pensato e realizzato nella sua vita. Nato a Firenze settanta anni fa, protagonista della stagione d'oro del design italiano, quella di Archizoom, e dei riconoscimenti internazionali culminati nella grande mostra al Moma di New York nel 1972, l'architetto non si è fatto davvero mancare niente: ha inventato, progettato, costruito, insegnato, ricevuto premi e premiato. E continua a farlo. L'ultima sfida si chiama "Museo del Design", che ha aperto le porte al pubblico lo scorso 10 dicembre alla Triennale di Milano, e di cui Branzi è il curatore scientifico.
Nel suo percorso non le è capitato di incontare imprenditori "illuminati"? Eppure tanti suoi colleghi sostengono che senza industria il design italiano non sarebbe diventato la forza che è oggi.
La differenza non è tra illuminati e non, ma tra imprenditori simpatici, quelli con cui si può parlare e sorridere, e antipatici. La categoria non produce cultura strutturalmente. Ma quello che mi ha sempre infastidito è che vivono dando per scontate tante cose del loro lavoro. Arrivano alle mostre con i copia ordini e sono interessati solo a vendere. Meglio i galleristi allora, committenti che producono cultura e pubblico, oltre che denaro.
Stretto tra industria e gallerie, tra produzione seriale e pezzi unici, che momento vive oggi il design?
Negli ultimi anni è cambiato moltissimo: il design non è più creato e apprezzato da un numero limitato di persone, cosa che accadeva quando è nato. Allora avevamo una importantissima funzione culturale, facevamo capolavori ma eravamo chiusi in un mondo tutto nostro. Oggi l'industria del design, come le altre, deve confrontarsi con la globalizzazione, la concorrenza, proporre innovazione continua. Il designer è diventato una figura professionale di massa: sono migliaia i nuovi disegnatori e funzionano solo se sono veramente bravi. Pensate solo a quante scuole sono nate negli ultimi dieci anni.
La concorrenza da chi è rappresentata?
Se parliamo di qualità, sicuramente dal Giappone: negli anni Settanta il design giapponese non esisteva, adesso è per tutti un bacino di creatività imprescindibile. Si è sviluppato sul modello italiano, che poi è quello che si è diffuso nel mondo: una gamma variegata di oggetti; design per la piccola serie, serie numerata, pezzi unici. Noi siamo specializzati in produzione in serie ma anche in artigianato e in pezzi unici. Devo dire che sono per un prodotto che seleziona il proprio utente, disegnato sul consumatore. . .
Che ruolo ha allora un evento come il Salone del mobile?
Il Salone presenta degli enzimi che vanno a svilupparsi in tempi non immediati. La maggior parte di ciò che si vede fuori e dentro la fiera non entra sul mercato, sono prodotti teorici, di tendenza. Servono alla comunicazione, al marketing, alla sperimentazione. Prima non era così, l'idea di base era che il prodotto doveva essere vendibile, poi hanno capito che non potevano improvvisare, che intercettare la tendenza è fondamentale per vendere.
Un pregio e un difetto del design italiano?
Il difetto più grande dei designer italiani, soprattutto i più giovani, è che si sentono sempre in crisi, hanno un forte complesso. Il design milanese - nelle altre città non esiste - è sempre stato in crisi, ma perché è una cultura di crisi. È la natura stessa del progetto che si alimenta così e dalla crisi viene sempre una risorsa. Il pregio? Rispetto al modello razionalista, quello italiano è sempre stato sveglio e disinvolto. Creatività intelligente
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