PEOPLE

Profilo di Lana Del Rey, ribelle "preconfezionata"

La regina di YouTube sembra più il prodotto di un agguerrito team di marketing che un nuovo modello canoro

di Angelo Flaccavento

La progenie delle cantantesse maledette - ci si passi il neologismo, rubato alla fu ribelle Carmen Consoli - non è delle più fortunate. Per alcune - Janis Joplin, Amy Winehouse - eccesso e provocazione finiscono dritti, e molto presto, in tragedia; altre, perennemente fatte, costantemente disfatte, si riducono come Courtney Love, diventando grottesca parodia della propria persona e del cliché della rocker debosciata; altre ancora, come Diamanda Galas, partono dritte per la tangente, coltivando una splendida e cocciuta insularità rispetto al sistema, fino a sfuggire quasi del tutto l'occhio pineale dei media.

Il marketing contemporaneo, però, ha inventato una più sana e inoffensiva soluzione: la ribellione preconfezionata e aerografata, ridotta a canone inoffensivo, sottile abbastanza da titillare appetiti e curiosità, addomesticata a sufficienza da non far del male a nessuno. La venticinquenne Lana Del Rey è l'ultimo esempio della nuova progenie di ribelli industriali; una delle prime, le va riconosciuto, ad aver puntato sul potere virale della rete per costruire il proprio successo. Un video homemade e due canzonette cantate a gran voce - tutti la paragonano a Nancy Sinatra, a noi fa venire in mente la melassa di Dido - sono bastate, sullo scorcio finale del 2011, a far rimbalzare il nome della Del Rey, al secolo Lizzy Grant (un disco con questo nome già nascosto sotto il tappeto), ai quattro angoli dell'etere cibernetico, rimbombando in un martellante tam tam. Il 30 gennaio esce finalmente l'album di debutto, Born To Die, e vedremo se è bluff o no. Intanto, non si parla che di lei: chapeau, una strategia con i fiocchi. Anche il premier britannico David Cameron ha ammesso di essere un suo fan, ma il Guardian sospetta che tale approvazione possa nuocere all'aura cool di Lana più che alimentarla.

Di ribelle, in realtà, la signorina non ha proprio nulla, anche se si atteggia a bomba gangsta: canta di pistolettate, ogni tanto, ma è piú che altro pour parler; al massimo, si fissa su uomini che non le danno abbastanza attenzione. A colpire, piuttosto, è l'immagine: i capelli a onda, le curve procaci, la bocca carnosa - i detrattori sostengono che non è tutta farina del sacco di Madre Natura - gli abiti retró, Lana è la versione contemporanea di una pin-up, una edulcorazione del cliché della "bimbo", la sciacquetta pneumatica da film porno. Cinquant'anni fa poteva scandalizzare bacchettoni e benpensanti, oggi al massimo fa da Viagra della memoria ai nonni. Il suo, anzi, è un modello passatello, che a certe femministe darà anche fastidio. Il nome, del resto, esprime una scelta chiara, in termini di riferimenti spaziotemporali: Lana come la mitica Lana Turner, "la ragazza con il pullover", Del Rey come un altrettanto mitico scassone della Ford, quelli da pomiciata on the road.

Che si sia inventata da sola, o sia il prodotto di un team di geni del marketing, la signorina Del Rey, che pur deve tutto al modernissimo YouTube, pone piuttosto una questione: ci sarà mai modo, nella cultura pop contemporanea, di uscire dal ciclo, o riciclo, della nostalgia? Perché continuare a citare modelli di femminilità iconizzati e stantii, sfiorando il costume? Non è ora di inventare un linguaggio musicale e visivo che esprima davvero l'oggi? Una bambola cosí accontenta genitori e figli, certo, ma non è abbastanza.

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