Nel mercato degli orologi d'alta gamma l'eccellenza degli standard qualitativi e l'estro sconfinato di creativi e artigiani predominano rispetto alla dimensione

Chi l'ha detto che la dimensione aziendale è fondamentale per avere successo? Nel mondo degli orologi di lusso, per la stragrande maggioranza Swiss made, non è certo il giro d'affari quel che conta. Almeno, non solo quello. In mezzo ai colossi internazionali che fanno parte di élite, ad esempio le blue chips sulle principali piazze finanziarie, prosperano – pur tra le molte difficoltà del mercato post crack Lehman – i cosiddetti boutique-brand: marchi che fanno dell'eccellenza artigianale e del presidio di una nicchia i plus grazie ai quali conquistano i consumatori e le consumatrici di tutto il mondo.
Per non parlare delle imprese che riescono a crescere restando saldamente nelle mani della famiglia fondatrice, resistendo agli assalti dei big dell'orologeria e dei fondi di private equity.
Aziende che continuano a investire senza soste (o quasi) sulla formazione del personale e sull'apertura di flagship store o corner, in particolare nei mercati asiatici, che appaiono la nuova mecca per il futuro prossimo.
Prede succulente, insomma, per chi deve investire liquidità o intende sviluppare sinergie produttive e distributive. Peraltro, gli analisti di Vontobel Equity Research, che una volta all'anno sfornano un ponderoso dossier in cui viene radiografato il comparto, non si attendono a breve operazioni di merger&acquisition che possano coinvolgere le aziende familiari.
Facendo uno slalom tra i pezzi-icona più preziosi per il prossimo Natale (le festività sono un momento d'oro per lo shopping di orologi), è interessante notare come tutte le aziende si siano sforzate di proporre, ancora una volta, la qualità assoluta. Innanzitutto, nelle lavorazioni, puntando a crearne di inedite che spesso superano i confini dell'immaginabile: l'estro dei creativi e degli artigiani che, in un connubio sempre più stretto, mettono a punto le novità lascia di stucco anche i più sofisticati utilizzatori finali.
Ma la scommessa della qualità passa anche attraverso la realizzazione di movimenti "fatti in casa" dalle singole manifatture, indice di uno sforzo, anche finanziario, ingente ma evidentemente ritenuto necessario. «Praticamente ogni brand con un prezzo di vendita al pubblico superiore ai 5mila euro – scrive Vontobel – ha ormai il proprio movimento». Un fattore di successo inatteso soltanto una manciata di anni fa, quando non poche aziende si rivolgano ai competitor per utilizzare il loro know how tecnico e produttivo.
Sulle tendenze emerge con chiarezza che le turbolenze economico-finanziarie hanno suggerito alla maggior parte dei produttori di tirare il freno sui pezzi estrosi in eccesso che furoreggiavano negli ultimi anni e pure sulle dimensioni in millimetri degli orologi: anche se è confermato che alle signore piace sempre parecchio chiudere al polso dei segnatempo che in passato sarebbero stati utilizzati solo dai loro partner, qualche millimetro si è perso comunque per strada. Il downsizing è una realtà in tutto e per tutto. Dunque anche negli orologi.
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