NAUTICA

Vuitton torna sponsor dell'America's Cup.
Con un occhio all'arte

La grande vela arriva a Dubai, insieme a un'installazione di Fabrizio Plessi

di Giulia Crivelli


Nel 2013 la Louis Vuitton Cup compirà 30 anni. E finalmente potrà avere un nuovo vincitore: il trofeo creato nel 1983 dalla maison francese per decidere chi fosse degno di sfidare il detentore dell'America's Cup è stato infatti assegnato per l'ultima volta nel 2007, a Emirates Team New Zealand. Al termine di quella Coppa America, la 32esima, vinta da Alinghi a Valencia, Louis Vuitton decise di interrompere la collaborazione con il più antico trofeo sportivo del mondo, per divergenze sulle nuove regole imposte da Ernesto Bertarelli, armatore di Alinghi, per la successiva edizione della Coppa. Ma il richiamo del mare è stato troppo forte: nel 2009 Vuitton ha creato una serie di regate, battezzate poi Louis Vuitton Trophy, che hanno fatto tappa ad Auckland, Nizza, La Maddalena e infine Dubai, dove sabato si sono concluse con la vittoria, ancora una volta, di Emirates Team New Zealand. E con l'annuncio, che in moltissimi nel mondo della vela aspettavano, del ritorno della maison francese alla collaborazione con la società che gestisce la Coppa America. Un modo per rendere omaggio a una lunga tradizione, sforzandosi allo stesso tempo di rinnovare la formula delle regate e le barche, come spiega Yves Carcelle, ceo e presidente di Louis Vuitton, sorridente, abbronzato e felice di aver portato la grande vela fino a Dubai.

Perché è importante per Vuitton continuare a legare il suo nome alla vela?
Con la Coppa America siamo quasi coetanei: il trofeo fu assegnato per la prima volta nel 1851, Louis Vuitton fondò la sua azienda a Parigi nel 1854. Oltre alla passione per la vela, sentiamo una sorta di responsabilità a garantire che il trofeo sportivo più antico del mondo resti fedele ai valori che lo hanno ispirato per tanto tempo. In concreto, significa anche tornare a gareggiare su barche meno costose, dove contino di più le persone rispetto ai budget e alla tecnologia.

Per la tappa de La Maddalena del Louis Vuitton Trophy e per quella di Dubai avete chiesto a Fabrizio Plessi di creare un'installazione ad hoc. Quanto è forte il legame di Vuitton con l'arte?
Siamo un marchio del lusso e per me lusso significa creare emozioni. L'arte può essere una grandissima alleata! Siamo stati i primi a portare opere d'arte nei nostri negozi e, fatto forse più rivoluzionario, nelle nostre fabbriche: a Fiesso d'Artico, in Veneto, dove abbiamo concentrato la produzione di scarpe, ci sono così tante opere d'arte contemporanea che viene da chiedersi se ci si trova di fronte ad artigiani che lavorano in una galleria d'arte o se gli artigiani, artisti loro stessi, ospitano opere di colleghi scultori e pittori. Con la video installazione di Fabrizio Plessi cercavamo un effetto simile, è bello sapere che l'arte può interpretare quello che facciamo o darne una visione diversa.

Nel 2013 sarete anche "official time keeper" della Coppa e a Dubai avete lanciato alcuni nuovi orologi. Come sta andando questo settore?
Mi piace pensare a Vuitton come a un marchio "multispecialista": siamo nati con i bauli, siamo diventati leader nelle borse e nella piccola pelletteria, nel 1998 abbiamo introdotto le scarpe, poi il prêt-à-porter, gli orologi, la gioielleria. In tutto quello che facciamo aspiriamo a diventare i migliori e, possibilmente, i leader di mercato nella nicchia dell'alto di gamma. Nell'orologeria stiamo lavorando per questo, non abbiamo mai pensato di vendere "orologi fashion". L'impegno come time keeper dell'America's Cup 2013 e delle Challenger Series, le regate di avvicinamento alla 34esima edizione della Coppa, sarà l'occasione per proseguire su questo cammino.

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