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Ama parlare di tutto, dal cinema alla politica. E, mascherata dietro un inglese che ha perfezionato vivendo prima a Boston e poi a Oxford, si coglie la sua anima spagnola che lo rende allegro e chiacchierone. Ma, soprattutto, molto curioso. Ignacio Germade, 40 anni, già capo di team di designer in società multinazionali come Sapient e IDEO, ora è il Design Director di Motorola. E' in Italia, a Milano, per il Salone del Mobile: l'azienda sponsorizza l'Elita Headquarter e presenta, nell'ambito del Fuorisalone, la mostra You and Music You ispirata al Motorokr E8, ultima creazione di Germade. Lavoro a parte, Ignacio sembra apprezzare molto il nostro paese. In primis, per una questione di stile: «In Italia – dice – le persone si vestono bene qualsiasi sia il loro lavoro e il loro ruolo sociale». E si avventura coraggiosamente in una discussione sulla politica nostrana, chiedendo delucidazioni sui risultati delle elezioni. Ma quello di cui ama parlare è, in fondo, il suo lavoro. Che coincide con la sua vera grande passione.
Diceva che la bravura degli italiani consiste nel saper abbinare uno stile classico al proprio gusto personale. Vale solo per la moda o anche per il design?
E' un concetto che si applica anche e soprattutto al design. Un oggetto, anche se è una nuova creazione, non deve essere strano a tutti i costi. Non deve per forza impressionare e lasciare a bocca aperta. Innovare può voler dire creare qualcosa di diverso entro certi canoni. Ma soprattutto significa stupire. E poi, innovando eccessivamente si rischia che, una volta scomparso il "fattore wow", la gente si stufi di un oggetto.
Lei è a capo del design di Motorola. Che differenza c'è tra creare oggetti di design assecondando solo la propria creatività e, invece, progettare prodotti legati alle esigenze pratiche del target cui si rivolgono?
Penso che la vera differenza sia che per realizzare il design di alto livello di prodotti il cui scopo non è semplicemente essere belli, ma avere anche un successo commerciale, bisogna fare molta più attenzione alla gente. A quello che le persone vogliono, a quello che fanno quotidianamente. Bisogna considerare che quello che si va a creare è un prodotto che la gente usa tutto il giorno, in tutte le situazioni. E' più difficile che realizzare un tavolo. Anche perché, attualmente, le persone intrattengono vere e proprie relazioni sociali con il cellulare. Scrivono mail ai parenti lontani, chattano. O chiamano il proprio compagno.
Il processo creativo parte sempre dall'idea o, al contrario, muove dall'utente?
Parte da un'idea che può venirmi leggendo un libro o vedendo un film. Spesso, però, è inevitabilmente legata al cliente. Ma questo non vuol dire che il percorso di realizzazione dell'opera sia invertito rispetto a quello che un artista intraprende per creare un'installazione. Ci può essere uno scopo comune: migliorare la vita delle persone. Ovviamente nel mio campo bisogna fare i conti con le esigenze del mercato e con l'evoluzione tecnologica. E' un processo più complicato, ma non meno creativo.
Non le viene voglia, ogni tanto, di tornare al design puro, lontano dalle regole del marketing?
Lo ammetto, qualche volta mi piacerebbe, non so, disegnare una sedia. Lontano dai compromessi che si devono trovare quando si progetta qualcosa di più complicato. Ma innanzitutto credo che il design sia raramente slegato dal lato commerciale: il designer deve pur guadagnare un po' di soldi e, magari, per farlo si adegua a una corrente di successo. E poi credo cha lavorare così a stretto contatto con la tecnologia sia per me una sfida positiva.
I designer spagnoli stanno avendo un grande successo. Il Salone dedica loro più di un evento. Qual è la marcia in più del vostro stile?
Una prospettiva più giocosa, tipica del mondo mediterraneo. Siamo meno rigidi rispetto ai designer del Nord Europa. Il nostro è un design emozionale che risente sicuramente della nostra personalità così poco controllata. Un compromesso tra le regole e l'effervescenza sarebbe l'ideale.
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