Parigi, giorno 2

Uomini al lavoro, al sexclub, in conflitto

Proprio mentre la moda sembrava votata alla bigia realtà, ecco una scossa: nera, dura,elegante

di Angelo Flaccavento

Giusto quando cominciavamo a disperare, provati fino a qui da dieci giorni o poco meno di blandizie, di giochetti sicuri e superomismo di maniera, finalmente a Parigi arriva la scossa, ed è nera, dura, d'una eleganza suprema. Ad assestarla, inesorabile e concentrato, Stefano Pilati da YSL. Classico il tema: sesso & potere; precisa e insieme non prevedibile l'esecuzione. «Ormai non esiste più un underground», dichiara backstage Pilati, fasciato in uno degli abiti neri doppiopetto, alti di vita come si conviene al gentleman, impettito ma non tronfio che ha appena mandato in passerella - tra i designer contemporanei, è forse uno dei piú produttivamente autobiografici - un top dal collo alto di pelle nera al posto della camicia «a parte, forse, nel sesso». Invero, è un gentiluomo minaccioso e oscuro quello che si materializza sotto le arcate d'ingresso, d'una grandeur tutta francese, della Sorbona; un personaggio pronto a perdersi - forse per ritrovare se stesso alla fine di tutto, forse per non tornare mai più indietro, come Al Pacino in Cruising - nei recessi della notte, senza rinunciare in modo alcuno al proprio aplomb. Mentre la voce di Sam Wagstaff risuona nella colonna sonora, si percepiscono rimandi all'estetica fetish di quello che di Wagstaff fu il compagno, Robert Mapplethorpe: la pelle, i flash taglienti di metallo, un senso continuo di calma olimpica che anticipa e amplifica la minaccia incombente. La bravura di Stefano Pilati, però, sta proprio nella sua capacità di scansare, greve e mai plumbeo, il clichè. Certo, abbonda il nero, denso e pericoloso, e non mancano le biker jackets, ma tutto è cosí rarefatto e sofisticato da assumere un significato nuovo. Pilati abbraccia le atmosfere notturne che aleggiano insistenti sulla stagione, e le porta in un campo tutto suo, nel quale controllo e abbandonano si intrecciano in un mistura intossicante. L'eleganza non è una delle qualità più diffuse oggi, forse perché rendere contemporaneo il concetto, rifuggendo le pastoie della nostalgia come l'alterigia del sussiego, è quanto mai difficile. Beh, Stefano Pilati è l'unico cui la cosa riesca, con l'aggiunta di un frisson noir che è tagliente come una rasoiata.

A parte il sex club e la notte buia e misteriosa, l'uomo dell'inverno che verrà par molto interessato al lavoro - manuale, faticoso, non meramente intellettuale - e ai suoi codici vestimentari. Da Junya Watanabe, ad esempio, la fanno da padrone le bretelle e le giacche con le toppe di pelle da contadino con il trattore, interpretate nella maniera più inventiva, leggera e poetica che ci sia, mentre da Kris Van Assche il workwear prende una piega gia e si fonde in un morphing perfetto con il guardaroba sartoriale occidentale. Uscito dall'afasia del recente passato, Van Assche lavora di tagli, volumi e texture con grande maestria, aggiunge una nota di colore, e finalmente convince.

Altrimenti è lotta dei sessi, e confusione in guardaroba. Sempre più araldo di una mascolinità voluttuosa e dionisiaca, Riccardo Tisci, da Givenchy, si inventa un minotauro iperpalestrato con l'anello al naso e la maglia da rugby, perfettamente a proprio agio con l'abito affilato cosí come con la gonna a pieghe che a tratti, più che un kilt, pare il costume della cheerleader. Il contrasto è visivamente violento, dirompente, e la standing ovation è assicurata. Riccardo Tisci ha ormai creato la propria formula - copiata da molti per il perfetto incastro di strada ed élite - ma rischia di ripetersi. Si sente il bisogno di uno scarto in avanti che non sia solo la scelta di nuove stampe, ma qualcosa di sostanziale, perché dalla formula al clichè il passo è breve.

Gonne a iosa, e non poche giacche ispirate ai mitici cardigan di Coco Chanel, da Comme des Garçons, insieme a rose, scarpe con il tacco evidente - tra baronetto e Barry Lindon - e bombette assicurate sulla testa con un bel nastro. Esplorando il territorio liminale tra maschile e femminile con il radicalismo poetico di cui è maestra, Rei Kawakubo affronta il tema del genere fluido in una maniera sorprendente, che non sa di costume, di travestimento, di trovatella facile facile. Al contrario, convince, con quelle forme scivolate e insieme rattrappite, con gli echi storici ma astratti, con la grazia ferma che fa di un uomo di rose vestito non un femminiello, ma un essere forte e nuovo, calmo e distante, che delle distinzioni e delle categorie si fa un baffo, perchè davvero non hanno piú senso.

A proposito di nonsense, c'è da chiedersi perché continuare a tenere in vita un marchio come John Galliano, visto che il fondatore è latitante e il forzato erede, Bill Gaytten, incapace di maneggiane il lascito, se non con una pallida ripetizione del già fatto. Nessun pallore, molta concentrazione, e la ricerca di un lusso estremo e silenzioso caratterizzano in fine il bel progetto Berluti, ultimo nato in casa LVMH, affidato alle mani capaci, di una discrezione e sapienza rare, di Alessandro Sartori, che crea un mondo sartoriale intorno alle famose scarpe. Il risultato è una collezione che sussurra, da apprezzare da vicino: scelta controcorrente nell'epoca della visibilità plateale, e per questo doppiamente lodevole.

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