Parigi couture, giorno 1

Pizzo, linee scultoree e desideri: torna la donna con la d maiuscola

Dopo anni di vite basse e diffusa androginia, gli stilisti restituiscono a fianchi, ma non solo, il posto che loro spetta nell'immaginario erotico. Cosa vorrà dire?

di Angelo Flaccavento

Negli scorsi giorni, a Parigi, si sono visti superuomini in quantità, dalle spalle larghe e il fare deciso. Comprensibilmente, la tre giorni della couture si è aperta ieri con la giusta controparte: una celebrazione della donna con la D maiuscola: quella con il vitino di vespa e tutti gli attributi. Dopo anni di vite basse e diffusa androginia, i fianchi riguadagnano il posto che loro spetta nell'immaginario erotico. Cosa vorrà dire? Un ritorno a modelli archetipi?
Di certo c'è che la moda non è affatto frivola, in nessun senso. Lo possono pensare giusto filistei, disonformati e sostenitori di una cultura ormai stantia. «La moda è la seconda voce della nostra industria» ricorda Donatella Versace, visibilmente soddisfatta per il ritorno in passerella di Atelier Versace, la collezione couture della maison della medusa. Aggiunge: «Dopo la collaborazione con H&M, era importante per me ricordare al pubblico di cosa siamo davvero capaci. Oggi più che mai la moda vive velocità diverse: non vedo alcun conflitto tra il pop di H&M e la preziosità dell'Atelier. Semplicemente, soddisfano bisogni differenti». E sono abiti lussuosi come gioielli, immaginati come sculture da indossare, pensati per soddisfare i desideri inarrivabili di una predatrice statuaria e distante, scintillante e algida, venuta sulla terra a far la mangiauomini dai recessi di uno spazio lontano, quelli che Donatella Versace manda in passerella. Giusto una manciata: creazioni da sera lunghe o corte. Con grande concentrazione, si mantiene l'attenzione sul core business della casa, puntando sul potere dirompente delle inaudite congiunzioni: il pizzo, delicato, si incrosta di ricami, plasmandosi sul corpo con precisione architettonica; il gioco di pieni e di vuoti, di curve, tagli e intagli è costante, e definisce la silhouette; lampi di metallo, duri e taglienti, sottolineano i fianchi o le spalle, che tornano importanti. Ma è soprattutto la vita - stretta, strettissima, sagomata da bustini e pince sapienti - a stare al centro della scena.

Anche da Christian Dior il punto vita è protagonista. Non che non lo sia mai stato, intendiamoci. Nonostante il padre fondatore di questa istituzione dello chic francese sia stato un fervido inventore - dalla linea a H a quella a I, dalla A all'envol, l'alfabeto delle proporzioni è tutto suo - lo si ricorda però sempre e solo per l'iconico New Look: vitino di vespa e gonna a corolla. Non a caso, all'ingresso della maison, al 30 di Avenue Montaigne, in una teca candida e nivea fa bella mostra di sé il tailleur con la giacca bianca - la Bettina, oggetto di infiniti omaggi e citazioni - e la gonna nera che del New Look è l'epitome, e al quale il direttore creativo Bill Gaytten deve essersi ispirato per i suoi abiti fermi eppure impalpabili di organza, esplorazione delle possibilità cromatiche del grigio e del savoir faire degli atelier nel piegare, plissetrare, plasmare la materia. La presentazione intima e raccolta giova alla collezione, e così pure il crescendo ritmico, con la solenne conclusione a base di monumentali abiti da ballo. Però, non si avverte emozione, quasi che l'esercizio di stile avesse preso il sopravvento sulla magia. Gaytten non manca di talento, ma per reggere una eredità difficile - doppia: Dior e Galliano - ci vuole la forza di sparigliar le carte, altrimenti si rischia di rimaner schiacciati, che è quanto gli succede.

Uno che forza e visione ne ha da vendere, invece, è il nostro Giambattista Valli, padrone di una lingua nella quale il preziosismo dell'atelier si piega, senza snaturarsi, alle ragioni di una contemporaneità fatta di contrasti, contraddizioni, frizioni ad alto voltaggio. Nel suo mondo il pizzo e il coccodrillo, i petali impalpabili e le linee scultoree, la silhouette incisiva e quella danzante sono una cosa sola: un contrappunto che emoziona e seduce. In molti oggi si chiedono quale sia la rilevanza, in un mondo che va veloce, di un'arte eccelsa e lenta come la couture. Beh, Valli è la risposta: per il senso drammatico e teatrale, ma anche crudo e puro, dell'eleganza; per il culto del savoir faire che non è mai fine a se stesso; per la capacità di esaltare, con ogni singolo taglio, il corpo femminile. E sì, pure per quel leggero anacronismo che è parte essenziale della modernità vera. Giambattista Valli è il presente e il futuro della couture, e lo show di ieri, maestoso e solenne, ne ha consacrato il carattere di designer unico.

Ad una declinazione contemporanea della couture pensa pure, in modo diverso - con una sensibilità secca e grafica - Bouchra Jarrar, già assistente di Nicholas Ghesquiere da Balenciaga, lanciata verso un futuro radioso. «Il mio lavoro riempie un vuoto che ho notato nel mercato», dichiara backstage, tra le sculture sublimi del Musée Bourdelle. «C'è un intero spazio da esplorare tra il pret-à-porter alto e la couture vera propria». Ed è proprio in questo iato fecondo che si inseriscono i tailleur pantaloni affilati e taglienti, gli abiti imprimè impalpabili e aerei, le giacche di montone dai profili di vinile. Il mondo di Bouchra Jarrar è fatto di controllo e abbandono, di precisione che include e non respinge. È astratto, ma caldo. Soprattutto, è di una eleganza incisiva e scattante, invero contemporanea.

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