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Milano, giorno 3Basta con le mezze misure, è ora del superuomo. Ma con ironiaArie da poeti maledetti, da rocker disincantati, da militari camerateschi, vissute con la capacità di ridere di se stessi di Angelo Flaccavento |
Tags: Gucci, Frida Giannini, Donatella Versace, Versace, Umit Benan, Z Zegna, Etro, Moschino
Sarà la temperie fosca, o la generale mancanza di certezze, ma pare che sulle passerelle milanesi della moda uomo, per compensare, non si contemplino piú, in tema di mascolinità, le mezze misure. Il volume, anzi, è pompato al massimo, nel tentativo di definire un Übermensch pronto a tutto, ma non parodistico; un superuomo che ha introiettato le fragilità e le frivolezze per costruirci intorno una corazza, sia essa romantica, militaresca, ironica.
È meno playboy del solito, più introspettivo e consapevole, ad esempio, il giovin signore che calca, di velluto e broccato vestito, la passerella di Gucci. Si atteggia a poeta maledetto, anche se forse i Fleurs du Mal non li ha visti che di lontano, e immagina di vivere in una wunderkammer, che magari confonde con una discoteca, ma lo si perdona, perché nel mettere a punto una nuova posa - la naturalezza è una posa anche quella, ci ricorda Wilde, e forse una delle peggiori - accantona gli atteggiamenti da galletto, e pure i pantaloni stretti stretti, per trovare un equilibrio inaspettato tra le esigenze del sedurre e quelle dell'esprimersi - attività non sempre correlate. Insomma, è meno romano del solito questo Gucci, intriso di aria del nord e di intossicante decadentismo: vedi alla voce giacche devorè, colori lustri e densi, atteggiamento introspettivo. Certo, più in là di tanto Frida Giannini non si spinge, e del decadentismo tocca solo, per tratti salienti, l'iconografia, lasciandone a latere il potere destabilizzante, il sovvertimento individialistico dell'ordine dato, ma in fondo non la si può biasimare, perché Gucci è un lifestyle di certezze, e tale deve rimanere.
Di tutt'altra natura - pop, a momenti lisergica - il supermaschio immaginato da Donatella Versace, ennesima celebrazione degli ideali plastici, scultorei, dionisiaci su cui la maison stessa è fondata. Niente di nuovo sotto il sole, a quanto pare. E invece no. A questo giro, infatti, entra in gioco una nota inattesa a sparigliar le carte: l'ironia. Insomma, se l'iconografia, tra il rock e il militare, è vintage Versace, il campo iperbolico di tutto il discorso proprio no, ed è proprio qui che sta l'abissale differenza tra l'uomo Versace di allora e quello di oggi. Perché, non bisogna dimenticarlo, sono pure passati vent'anni o più dall'età dell'oro, e in mezzo ne sono successe di ogni. Ecco, se un tempo ci si poteva vestire di borchie e di pelle, di colori sgargianti e di stampe - notevole il camouflage fatto di fiori - con autentico e impettito convincimento, oggi l'unico modo concesso per farlo è adottare il distacco sornione di chi sa che la vita è teatro, e che il gioco delle parti ha le sue regole, da rompere o rispettare. Questioni di lana caprina, obietterà qualcuno; quisquilie della massima importanza, diciamo noi. Se anche il superuomo riesce a ridere di se stesso, come suggerisce Donatella, infatti, qualcosa vorrà pur dire.
Prosegue nel frattempo l'infatuazione militare che sta dando alla stagione una piega decisa e affermativa. Umit Benan celebra il potere unificante della naja: quel momento di sospensione in cui tutti sono uguali, non esistono differenza di razza e censo, e domina, alla meglio, un sano spirito di cameratismo. Tradotto in vestiti, sono sahariane, giubbe e cappotti, pantaloni cargo e anfibi riletti con una verve insieme canzonatoria e ossequiosa, a costruire una immagine di fierezza gioiosa che è invero ispirante. Paul Surrige, al debutto da Z Zegna, semplifica le linee puntanto sui volumi e sui dettagli - belle le zip e gli occhielli di rame - e porta un certo militaresco rigore in guardaroba, evitando ogni riferimento letterale. Il nuovo corso della linea branchè di casa Zegna comincia sotto buono auspici, anche se manca una visione realmente nuova, che distacchi Z dalla linea ammiraglia della casa.
Di una massiccia iniezione di nuovo ci sarebbe bisogno invece da Etro, dove l'eccentricità di un tempo è ormai diventata stucchevole e di maniera. Infine Moschino, di nuovo in passerella dopo qualche stagione di assenza, celebra il ribelle: quello che non si conforma, ma che non rinuncia all'abito. È un superuomo anche lui, fosse solo perché, a ribellarsi in abito, gli serve un gran paio di attributi.
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