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AccessoriIn Borsa grazie alle borse: ricavi record per la pelletteriaIl fatturato di questo segmento è stimato in 23 miliardi nel 2010. Per Prada l'incidenza sul giro d'affari è al 50% di Paola Bottelli |
Tags: lusso, pelletteria, Fondazione Altagamma, Hong Kong, Prada, Miu Miu, Louis Vuitton, Bottega Veneta, Ppr, Gucci, Hermès, Burberry, Yves Saint Laurent, Tod's, Ferragamo, Chanel
In Borsa con le borse. Potrebbe essere questo lo slogan condiviso dai più prestigiosi marchi del lusso italiano e internazionale. Per promuovere lo status symbol per eccellenza dell'appetitoso mercato degli accessori femminili i big brand firmano assegni cospicui alle celebrities, che sfoggiano modelli storici o appena lanciati per le strade e sui red carpet.
E i risultati sono tangibili: le borse e più in generale la pelletteria – le cui vendite nel segmento lusso sono stimate da Bain & Company e Fondazione Altagamma in 23 miliardi di euro nel 2010 – sono ormai la fetta più importante del fatturato. Basta analizzare il prospetto informativo dell'imminente quotazione nel listino di Hong Kong di Prada: per il marchio principale, Prada appunto, la pelletteria pesava per il 39,4% dei ricavi nell'esercizio fiscale al 31 gennaio 2009, è aumentata al 45,8% nel 2010 per balzare a poco meno del 50% (49,6% per l'esattezza) nel 2011. In soldoni: 499, 554 e 786 milioni di euro rispettivamente. E per il brand Miu Miu, nato come divertissement di Miuccia Prada e trasformatosi in fretta in un business da 353 milioni nel 2011, il peso della pelletteria sfiora il 64%.
Ma se per il gruppo Prada nel suo complesso l'incidenza della pelletteria è la metà del totale, per altre griffe si va addirittura oltre. «Solo per il marchio Louis Vuitton – dice Pierre Lamelin, luxury good analyst di Crédit Agricole Cheuvreux – la mia stima è che le borse pesino per il 75-80% dei 5,5-6 miliardi di euro di vendite realizzate l'anno scorso». In cifra assoluta, un'enormità che arriva nella parte alta della forbice fino a 4,8 miliardi di euro tra borse, tracolle, trolley e valigie, principalmente concentrata nel modelli Speedy in tela da 485 euro, non certo posizionata nel segmento alto di gamma, ma utilissima per gonfiare la redditività.
La percentuale di Vuitton è superata solo da Bottega Veneta, controllata dalla francese Ppr, che nel 2010 ha venduto borse per l'83% del giro d'affari, mentre Gucci era al 57%, Hermès alla metà, Burberry e Yves Saint Laurent a un terzo ciascuna, Tod's Group al 16%. Di Ferragamo, pure in rampa di lancio per l'Ipo, si saprà qualcosa di dettagliato dal prospetto informativo. Ma nell'ultimo dato disponibile, riferito al 2008, le scarpe pesavano per il 38% e, dunque, è facile ipotizzare che la quota della pelletteria fosse più elevata. Su Chanel, azienda privata, buio totale.
Ma è in termini di profittabilità che le borse si rivelano ancora più interessanti, visto che generano margini superiori a quelli totali: l'Ebit di Prada Group è del 20,4% nel 2010, sempre analizzando il filing per il collocamento, del 28,7% quello del brand Gucci (pre-costi centrali), del 27,8% quello di Hermès, del 22,4% quello di Ppr Luxury e del 20,3% quello di Tod's Group. Il più elevato, tanto per cambiare, è l'Ebit di Vuitton, «la cui stima – aggiunge Lamelin – è del 40-45%, probabilmente più nella parte alta della forbice».
I dati dettagliati non si leggono nei bilanci. «Ma è intuitivo – conclude l'analista di Cheuvreux – che le borse siano più profittevoli delle scarpe o dell'abbigliamento, anche perché le aziende non devono fare i conti con le taglie. Inoltre i modelli continuativi riducono il contenuto moda e, dunque, i rischi della collezione, tagliando i saldi a fine stagione, con conseguenze positive sui margini».
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