Parigi, giorno 5

Il circo perde la magia ma ritrova l'eleganza

Lo stile di gentlemen e dandy offusca la generale mancanza di rinnovamento

di Angelo Flaccavento


Il sistema della moda ha bisogno di una iniezione decisa di energia, di una sferzata di rinnovamento. Mai come a questo giro di sfilate si sono avvertiti stanchezza, logorio, ripetitività. Certo, nella moda maschile è praticamente impossibile reinventare tutto ad ogni giro: l'evoluzione è sempre, e necessariamente, per scarti lenti e progressivi, ed è solo un bene che sia così. Ciò di cui parliamo, però, è altro: la generale perdita di magia di tutto quanto l'ambaradan; la sensazione che si continuino a perpetuare rituali consunti e stolidi mentre il mondo al di fuori di quello modaiolo va a rotoli; la triste scoperta che a forza di cercare di vendere - necessità sacrosanta, per carità, ma da maneggiare con cura - la prima cosa che molti designer fanno, e forse l'unica, è vendere l'anima.
Tant'è, se non altro è confortante registrare che, nel mare magnum del grigiume generale, si torna nuovamente a parlare di una qualità essenziale, ma a lungo negletta: l'eleganza. Una eleganza spesso compassata e severa, quasi monastica; oppure, al contrario, rilassata, decontratta, scanzonata; sempre e comunque lontana mille miglia da quella dei padri, e dei nonni.

Da Lanvin, ad esempio, ritorna protagonista il cappello - acciaccato, a fedora, da vero gentleman - usato come segno di punteggiatura e accento sulla nuova silhouette, allungata e diritta, ma morbida, di una leggerezza ineffabile che riporta alla mente il Saint-Laurent decadentemente parigino degli anni 70. Gli abiti, sempre tattili, sono assemblati con apparente casualità per creare sequenze inedite, vicine al modo di vestrire vero e pratico della gente per la strada: il bomber, così, finisce sopra il cappotto, e non sotto, mentre la maglia a dolcevita si indossa sotto la camicia, e questo sotto una maglia e una giacca; la giacca a doppiopetto, troppo stretta, è chiusa da bottoni automatici spostati e nascosti; il piumino è montato sull'impermeabile. Alber Elbaz e Lucas Ossendrijiver, l'inossidabile coppia dietro l'uomo Lanvin, esplorano le possibilità espressive dell'errore apparente, trasformando come alchimisti il negarivo in positivo mentre dimostrano che non c'è nulla di meno affascibante, e di più alienante, della perfezione assoluta. Nel mentre, la sartorialità dell'abito viene come estremizzata, e lo sportswear è una visione amplificata di sportsewear. Eppure, nonostante le ottime premesse, il risultato in qualche modo non quaglia, non ultimo perchè troppo molle, femmineo.

Da Yves Saint-Laurent, Stefano Pilati continua a modellare su se stesso la fantasia intossicante del dandy YSL, ma è proprio questa autoreferenzialità testarda che lo rende così unico. Le giacche smilze e sfuggenti, dalle abbottonature altissime, le marsine double senza bottoni, gli enormi cappotti oversize non hanno nessun luogo, e nessuna ragione di essere se non una fantasia di estenuatezza totale. Nondimeno, toccano una corda per l'eccellenza certosina della fattura, per la purezza del disegno, per l'eleganza assoluta e astratta. Nessuna astrazione, invece, ma molta concretezza commerciale da Paul Smith, dove esploratori con i pantaloni argento e il parka oversize, gentiluomini di montagna e rocker con la pelliccia dividono la passerella con mille altri personaggi, perchè se c'è una cosa che a Sir Paul riesce bene è creare un arcobaleno di figure che riflette il caleidoscopio del mondo fuori dall'atelier, per poi vestirle di tutto punto di quel classico con twist che è prerogativa unica dei britannici. Anche da Acne, il marchio svedese fondato da Jonny Johansson, al debutto sulle passerelle parigine dopo alcune stagioni di presentazioni, trionfa la concretezza: pragmatica e introspettiva, come da protocollo scandinavo. Tra pastrani lunghi e maglie corte, lembi di camicia che sbucano dagli orli e felpe dall'aspetto vintage, il gioco della modularità si impone come soluzione pratica al logorio del vestire quotidiano, perché stile e logica hanno molte più cose in comune di quanto a tutta prima si pensi.

O forse no? A giudicare dalla esilarante ma lentissima performance che Thom Browne ha preferito al tradizionale fashion show - un banchetto luculliano dal sapore settecentesco, ambientato nello sfarzo rococò del Salon Imperial dell'Hotel Westin e accompagnato dagli archi di Barry Lyndon - si direbbe che a regnare è la follia del teatro. Anche se poi, a ben guardare, sotto il rigore squinternato delle marsine, delle cappe e dei cappottini dalla vita altissima, accompagnati da pantaloni sempre più corti - sono ormai praticamente alla zuava - e da camicie dalle maniche sbuffanti, è una severità intransigente e calvinista a imporsi come tratto principale e definente: quella degli abiti grigi da banchiere sui quali Browne ha costruito la propria fortuna, che sono poi quanto davvero vende. A dimostrazione che, davvero, è la via della follia quella che porta alla ragione, e che c'è metodo nella sregolatezza apparente. Alla prossima.

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