Milano, giorno 2

Toni più ruvidi per l'uomo industriale

I tempi difficili rendono le forme secche e un po' isteriche. Ma i dandy romantici resistono

di Angelo Flaccavento


Forse è ancora presto per dire, ma a giudicare dai prodromi si può già azzardare una più che verosimile previsione. Come Hedi Slimane ha definito l'estetica maschile degli anni Zero a colpi di sartoria scheletrica e di secchezza isterica, così Rick Owens è il vate dello stile in questo scorcio iniziale di anni Dieci: oscuro, urbano, velatamente apocalittico. Non sempre, e non necessariamente, si tratta di copie: semplicemente, è l'aria dei tempi - duri, abrasivi, con l'ecatombe giusto dietro l'angolo nel fatidico 2012 - a richiedere qualcosa di adatto, e Owens ha condensato lo zeitgeist, meglio di ogni altro, in un segno preciso, cui è normale far riferimento. In un periodo di enorme crisi del settore, è anche un designer che vende e che cresce, il che non è certo elemento da trascurare nell'emulazione. La seconda giornata di sfilate milanesi ne è una dimostrazione lampante. Il tono è ruvido; sulle passerelle si materializzano guardaroba nomadi che sembrano prevedere scenari brutalisti di cemento grezzo, luci artificiali, climi impazziti.

L'inversione di tendenza non potrebbe essere più evidente che da Bottega Veneta, dove il processo, in corso da qualche stagione, di ridefinizione del concetto di lusso - grossomodo, da aspirazionale ad organico - raggiunge l'acme, in un tripudio di tessuti stropicciati, forme cangianti e, più in generale, di perfetta imperfezione. Se un tempo l'uomo Bottega era leccato e azzimato, adesso se ne infischia delle convenzioni, e combina ogni insieme un po' a casaccio, con una logica tutta sua che esclude categoricamente il ferro da stiro; se un tempo prediligeva i colori classici, oggi è tutto per i neri e i quasi neri, che squarcia con tocchi così intensi di tonalità neon - verde, arancio - da far violenza sulla retina. Più che una virata stilistica, è in corso è un aggiustamento di tiro sul cliente di riferimento: i big spenders, cui Bottega si rivolge, oggigiorno non hanno più voglia, e forse nemmeno tempo, di cose a modino; sono globetrotter o vagabonfi a cinque stelle e Tomas Meier, che ben lo sa, offre loro pezzi versatili, senza smancerie.

Anche da Emporio Armani c'è durezza industriale nell'aria: la silhouette è allungata, marziale, col cappotto protagonista indiscusso. Industriale, si badi bene, non fa però il paio con tecno, anzi l'esatto contrario: mentre la linea degli abiti, aerodinamica e incontrovertibile, allude al futuro - un futuro neo-medievale, certo, ma pur sempre tale - scompaiono con un colpo di spugna i materiali tecnici, sulla cresta dell'onda fino a ieri, e la cara vecchia lana, ruvida, compatta, immarcescibile, ma soprattutto opaca, riguadagna il ruolo che le spetta di materia principe dell'inverno. Dopo il passo falso dark-fetish della scorsa stagione, Re Giorgio riesce a dare un nuovo twist ad Emporio, corteggiando una clientela dal palato più educato; una scelta di uomini meno convenzionale, sulla passerella, lo aiuterebbe a veicolare meglio il messaggio.

A confronto di tanto ruvida secchezza, il bellimbusto dal guardaroba rilassato di Ermanno Scervino, così come il dandy anni 70 di Salvatore Ferragamo paiono visioni piombate nell'oggi dalle distanze siderali di un lontanissimo passato, mentre i mismatch eccentrici e le tracce di rossetto di Vivienne Westwood, incomprensibili ai più, contano ancora su una base solida di fan - tutti presenti alla sfilata, in mises dal carnevalesco in giù - che continuano a popolare il Plastic e i nighclub branchè di mezzo mondo. Da Missoni è un trionfo di maglia dalle disegnature fondenti e da Marni, dove Consuelo Castiglioni è creativamente in splendida forma, è tempo di utilitarsmo, con un tocco soft ma per nulla romantico. Qui, persino il velluto a coste perde le connotazioni sessantottine per farsi grafico, mentre i pois guadagnano plausibilità, al maschile. Dopo lo splendido gentleman in robe de chambre di Piombo - visione di un romanticismo toccante, ma niente affatto anacronistico - è la volta del giovinetto alla spedizione artica di Albino, che si conferma voce nuova tra le più interessanti nell'asfittico panorama milanese. Romantico ma poco incline alle smancerie, sperimentale senza incaponirsi su astrusità apocalittiche, Albino va dritto per la sua via: gioca con i materiali - spessi, pelosi - e con le forme - compatte, imprevedibilmente funzionali - puntando sulla qualità poetica dell'assemblaggio, sulla sottigliezza delle modulazioni cromatiche. Un uomo così esiste forse solo nell'iperuranio delle idee, ma a volte la fuga dalla realtà è salutare.

E Prada, invece? Fugge verso i territori spericolati della bruttezza deliberata, seguendo quella logica perversa della provocazione della quale lady Miuccia è signora indiscussa, e nella quale è così brava da convincere i pecoroni modaioli a seguirla, sempre e comunque. Come altro spiegare, se non con il gusto dello spiazzamento Dada, le forme a scatola dei cappotti e delle giacche, la pesantezza ortopedica delle scarpe e degli stivaletti dalle alte suole, il lamè da quiz dell'emittente televisiva locale delle maglie a lupetto, l'acetato da turista tedesco in vacanza a Rimini a Natale dei completi bluson & pantaloni? La signora non è certo nuova a questo tipo di esercizi di gusto invertiti, anzi sembra divertirsi come una matta a spingere il limite sempre un po' più in là per testare i confini concreti del proprio potere di fascinazione sul sistema. Questa volta, forse, l'alchimia non riesce appieno; eppure, c'è un che di perversamente affascinante nella purezza rigida e mai donante di certe forme, nella violenza visiva delle materie: è la malìa dell'astrazione, che rende tutto secco, asciutto, dando un nuovo senso persino alla bruttezza. Nessuna astrazione, ma solo concretezza didascalica, da Moncler Gamme Bleu, dove una collezione ispirata al mondo dell'equitazione, squinternata e beffarda come solo Thom Browne sa fare, si traduce in uno show equestre, con tanto di cavalli al trotto e cani, che toglie ogni nuance al fine lavoro di cesello stilistico. È un peccato: di temi e chiavi di lettura così scontati, oggi, non c'è proprio bisogno.

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