INTERVISTA

Cucinelli: «Io, il cashmere e l'etica del lavoro»

Per l'imprenditore umbro, custode dell'artigianalità, laurea honoris causa in Filosofia

di Paola Bottelli

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Tags: Brunello Cucinelli


Due settimane fa ha ricevuto la visita di una delegazione di venti imprenditori cinesi interessati a conoscere – e probabilmente ad acquistare – aziende d'eccellenza made in Italy: «Sono stati a Biella e poi qui sono rimasti incantati dalla bellezza dei luoghi». In tutti i sensi, visto che a Solomeo, una decina di chilometri da Perugia, Brunello Cucinelli, presidente e amministratore delegato dell'azienda specializzata in cashmere che ha fondato nel 1978, ha restaurato un borgo trecentesco diroccato per trasformarlo nella sede della sua attività. Cucinelli, 57 anni, diploma di geometra, «nullafacente fino ai 25», figlio di un contadino che divenne operaio quando Brunello era adolescente, ha inventato un concetto tutto suo di «umanesimo in fabbrica» ispirandosi ad Aristotele, Socrate e Platone. Ieri ha ricevuto la laurea honoris causa in Filosofia ed etica delle relazioni dall'università di Perugia ma, a dispetto dell'emozione, non ha perso lucidità sul futuro a rischio del made in Italy di qualità. Nell'azienda che porta il suo nome – 193 milioni di ricavi previsti a fine anno (+22%) e utili pre imposte di 14 (+71%) – lavorano 520 addetti (il 70% donne), di cui quasi 200 svolgono mansioni artigianali; altri 1.200 collaborano come terzisti tra Umbria (la maggioranza), Marche, Veneto, microimprese da 6-8 persone, famiglie o cooperative.

Che cosa la preoccupa?
Le mani. Le abili mani di chi si occupa del rimaglio, un processo fondamentale nella lavorazione di un pullover a 2 fili che va in vendita a 500-600 euro o a 6 fili, che può costare fino a 900. Le mani di chi rammenda lentamente, sotto una lente di ingrandimento, le magline "lasciate", i puntini e i sottopunti, tutte le lavorazioni preziose – come asole, stiro e specchiatura, con la quale eventuali difetti vengono definitivamente rimossi, capo per capo – che richiedono un'elevata capacità tecnica dell'operatore. Un know-how che abbiamo la responsabilità morale, tutti insieme, di preservare.

È un lavoro che i giovani non vogliono fare, no?
Come dargli torto? Vengono a lavorare nelle nostre fabbriche e prendono 900 o mille euro al mese per svolgere operazioni di alta manualità. È poco. Se i miei artigiani vanno in pensione chiudo la fabbrica: non posso far fare in Romania l'abbinamento dei colori a contrasto nelle asole di chi ha una specifica cultura da 40-50 anni. Con il mio marchio voglio fare solo questo tipo di prodotto, che a diritto e a rovescio trasuda qualità, che ha un prezzo costoso ma sano. Agli imprenditori cinesi in visita ho fatto fotografare tutto: questi lavori non li possono copiare.

Dove vende il suo prodotto di lusso?
Esporto il 55% sui mercati tradizionali, ma vedo grandi potenzialità sui mercati cinese, indiano, sudamericano e russo: tre anni fa pesavano per il 3% dei nostri ricavi, quest'anno chiuderemo all'11,5% e l'anno prossimo saliremo al 14 per cento. In cinque anni ci daranno soddisfazioni enormi.

Ha una ricetta per convincere i giovani a fare gli artigiani?
Certo: in un capo che va in vendita nel nostro negozio in via della Spiga a Milano a mille euro la manualità vera non incide per più di 70 euro. Allora, perché non trovare quei 20 euro in più per allettare questi giovani, diplomati o addirittura con laurea breve? Perché non arrivare a 1.400-1.500 euro al mese? Anche perché, parliamoci chiaro, il giovane che viene a lavorare alla Brunello Cucinelli sa tutto di me.

In che senso?
Non è più come ai tempi del mio babbo e dei miei fratelli, pure operai, che non avevano informazioni sui loro datori di lavoro. Oggi grazie a internet l'operaio, italiano o extracomunitario, sa tutto dell'auto che guido, della villa dove vivo, dei beni che possiedo, dei profitti aziendali.

Dunque?
È il momento di riequilibrare le diseguaglianze. È il momento di ridefinire il rapporto umano tra l'imprenditore e le persone che collaborano con lui.

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