Storie di moda

Il colpo di genio di Emilio Pucci

Da Taschen un maxivolume sulla maison dove già negli anni Cinquanta si parlava di pret-a-porter e sportswear

di Angelo Flaccavento

Rating:
3.0
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Tags: Steven Meisel, Anna Sui, Emilio Pucci, Firenze



Sarà stato il 1985 o giù di lì: qualcosa fece click nel downtown newyorkese, e da scelta di stile riservata all'élite squattrinata ma fiammeggiante degli artisti, il vintage divenne cosa buona e giusta, per tutti. Da Soho il verbo si propagò al mondo, e oggi vintage, lungi dall'essere una parolaccia, è una delle tante vie dell'eleganza. Del cambiamento fu veicolo anche Pucci.
In quel 1985 o giù di lì, infatti, chi era veramente "avanti", nei nightclub come nelle redazioni dei giornali alla moda - il mitico Details di Annie Flanders, ad esempio - o negli scatti del giovane Steven Meisel e della sua complice Anna Sui, indossava gli inconfondibili fuseaux stampati di Emilio Pucci - vintage, appunto - meglio se con una semplice camicetta: l'epitome stessa dello chic svelto, che di lì a breve avrebbe ispirato una stagione gloriosa del buon Gianni Versace. Da allora, tornato in auge dopo l'oblio degli anni '70 foschi e contestatori, Pucci ha riguadagnato il posto che si merita nell'immaginario collettivo, tornando a essere sinonimo di gioia, libertà, modernità. Curiosamente, però, se si esclude la bella retrospettiva di Palazzo Pitti del 1996, e l'inclusione in svariate collettive, a Pucci una mostra con tutti i crismi non è ancora stata dedicata.

Colma il vuoto il poderoso volume Pucci, curato da Vanessa Friedman, appena pubblicato da Taschen, l'editore amante dell'extralarge. Copertina foulard in infinite varianti, il colossale tomo ripercorre, in 416 pagine di 36X36 cm piene di foto e disegni originali, l'intera storia della maison, dimostrandone l'esemplare modernità. All'inizio, nel 1947, è un completo da sci realizzato dal Marchese per sé e per un'amica. Dopo lo sci fu Capri, e una bottega chiamata Canzone del Mare, piena di abiti e di quadri, da subito mecca dell'élite che, negli anni della dolce vita, elesse l'isola a buen retiro estivo: Jackie O e gli Agnelli, tanto per gradire. È qui che nascono i capri pants, le camicie coloratissime, i top optical, pop con un pizzico di Palio di Siena. Il secondo negozio è nel palazzo di famiglia, a Firenze, e da lì il business decolla.

Ormai principe delle stampe, Emilio Pucci diventa ambasciatore internazionale di italianità; si inventa il logo, sperimenta. Una vera rivoluzione, quella messa a segno dal Marchese di Barsento, destinato certo ad altro, di sicuro non ad un "lavoro", men che meno nella moda: con un vero colpo di genio prefigurò prêt-à-porter e sportswear, liberando le donne, di qualsiasi tipo fisico, da costrizioni e orpelli inventando abiti magnifici ma di una semplicità cristallina; fatti per vivere, muoversi, viaggiare; realizzati in tessuti innovativi, elastici, confortevoli, quando ancora gli altri si incaponivano a inamidare.
Cos'altro aspettarsi, del resto, da uno sportivo di rango, jet setter prima ancora che il jet set esistesse? Alla sua morte, nel 1992, la guida dell'impresa passa in mano alla figlia Laudomia, che assicura continuità nonostante l'avvicendarsi di stilisti, da ultimo il valente Peter Dundas. Tra mutamenti epocali e occasionali difficoltà, si arriva fino ad oggi. Al fondo, nulla è cambiato. Certo, oggi Pucci è parte del conglomerato del lusso Lvmh, e gioca su uno scenario globale. Ancora, però, basta dire Pucci perché vengano in mente joie de vivre, colore, sensualità. Emilio Pucci ha inventato uno stile che è un modo di essere: ha avuto il dono della sintesi, appannaggio dei grandi. Ha dimostrato che la modernità, se vera, è atemporale.

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