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MILANO MODA UOMOSe in sfilata il business prende il posto della seduzioneNella terza giornata troppi show ripetitivi: non basta l'abito appeso alla gruccia? di Angelo Flaccavento |
Tags: moda, Gucci, Frida Giannini, Etro, D&G, Marni, Consuelo Castiglioni, Neil Barrett
Ma le sfilate, soprattutto nella moda maschile, hanno ancora senso? Nonostante le profezie millenariste che si levano che da più parti e con cadenza regolare, ultimamente riassunte nel pamphlet di Luca Testoni "L'ultima sfilata", lo hanno ancora. Una sfilata racconta una storia, suggerisce una atmosfera, crea movimento, rende i vestiti tridimensionali. Non c'è altro mezzo che la possa sostituire, almeno tra quelli testati fino ad ora: non il video, non la performance statica. Ciò assodato, non è però indispensabile che tutti si mettano a sfilare: certi prodotti, pur eccellenti, sono perfetti sulla gruccia, e non necessitano d'altro. Sono, appunto, prodotti: vestiti, non moda. Perché tante sfilate, allora? La domanda, attanagliante, ce la siamo posta con martellante insistenza in questa terza giornata di sfilate milanesi, estenuati da un continuo andirivieni ai quattro capi della città per assistere a show stanchi e ripetitivi, costretti, ahinoi, a vedere una grande quantità di vestiti, ma di certo non un grammo di moda.
Partiamo da Gucci, con un tuffo, l'ennesimo, nell'iconografia del giovane perbene e scapestrato, condensato del glamour aspirational della casa. Frida Giannini non è certo una che va per il sottile: è chiaro che tiene al fatturato, e i risultati sono dalla sua. Il fatto è che, a forza di mandare in passerella prodotti sicuri, impeccabili ma in qualche modo studiati a tavolino, clinici, la magia e il sex appeal che furono di Gucci al momento d'oro sul finire degli anni ‘90 e l'albeggiare degli anni 2000, stanno rapidamente evaporando. Il commercio rimpiazza la seduzione, e il risultato è sovente una sorta di persistente dejà vu: è come se l'allure della casa si fosse condensata e cristallizzata in una formula incrollabile. Certo, nulla si può obiettare all'immagine che la signora Giannini ha concepito per questa stagione: un giovinetto scattante e stiloso, che ama i jeans bianchi e i viaggi esotici, e che passa con disinvoltura dal safari al nightclub, sostituendo la sahariana con la giacca di broccato. Il gioco funziona e in passerella lo show scorre bene, ma manca la carica erotica, non si avverte quel tocco anche sbruffone, italiano ma mai provinciale, che è tratto saliente del dna Gucci, maison italiana dall'appeal globale.
Mentre tutti fanno il rock, la pelle nera e, alla peggio, le borchie, da John Richmond, che della sartorialità rock è sempre stato il paladino, c'è voglia, a sorpresa, di ricami floreali, colori naturali e grande morbidezza. La giacca sostituisce il chiodo e l'ordine delle cose, in qualche modo, è sovvertito.
Dopo l'esplosione di stampe di Etro, sommesse nelle tinte ma pervasive nella presenza, da D&G è tempo di quadri vichy e colori pastello, ovvero di eleganza decontratta da pic-nic. L'idea è accattivante, ma forse non basta a reggere l'intero show, che infatti appare ripetitivo: un gioco di variazioni sul tema della giacca e del blouson, accompagnati da shorts arrotolati e chinos dal volume a carota. Notevoli le espadrilles: quello delle scarpe con la suola di corda è un aspetto nodale della leggerezza di stagione.
Da Marni è tempo di nuove proporzioni – giacche a scatola, camicie allungate, pantaloni alla caviglia – e di una intelligente e progressiva fusione di mondo outdoor e formale, uniti da un uso misurato e idiosincratico delle stampe e del colore. Allo show, Consuelo Castiglioni e il suo team preferiscono la presentazione in negozio, che consente di apprezzare ogni dettaglio da vicino, e la scelta si rivela quella giusta.
Dovrebbe fare lo stesso anche Neil Barrett, designer di grande talento ma non sempre capace – oggi ne ha dato ahilui prova – di creare show coinvolgenti. Del resto, il purismo è un linguaggio difficile da maneggiare, che nella dimensione di una sfilata può sfiorare la noia, o l'invisibilità. Non è il caso di Barrett, certo, ma altri mezzi gli gioverebbero. In fondo lui è un industrial designer: lavora sul pezzo, perfeziona forma e funzione. Per chi sceglie queste vie impervie ma alla lunga remuneranti, la sfilata, a volte, è intoppo e distrazione. O no?
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