Parigi, giorno 4

L'uomo tribale di Lanvin
Il nuovo classico
di Dunhill

L'ultima giornata di passerelle maschili a Parigi sorprende, ma il bilancio è di sostanziale stallo

di Angelo Flaccavento


È proprio vero quel che si dice: il meglio viene alla fine. La quattro giorni di sfilate parigine, conclusasi ieri, ha segnato, dopo una infilata di stagioni gloriose, un momento di sostanziale stallo, rotto qui e lì da picchi sensazionali, concentrati a sorpresa proprio sul finale. Stiamo vivendo una fase di transizione, non solo dell'estetica e della creatività, ma anche, e forse soprattutto, dell'intero sistema. C'è un bisogno disperato di cambiare canali e dinamiche: la reiterazione cieca e insistita dei vecchi schemi, a tal proposito, non fa che sottolinearne l'urgenza disperata.

La giornata si apre in una atmosfera bucolica, con un senso di grazia e di accoglienza come solo Lanvin riesce a creare nei suoi show. La sfilate si svolge nella Galerie de Mineralogie and Geologie, padiglione ottocentesco all'interno del magnifico Jardin des Plantes. Gli ospiti sono invitati a fare colazione in giardino, en plein air, prima di accomodarsi nelle sala stretta e oblunga che ospita lo show: pavimento di legno con intarsio a lisca di pesce, pareti percorse sull'intera lunghezza da teche polverose piene di minerali. È in questa cornice, fané e accademica, che la magica coppia Alber Elbaz-Lucas Ossendrijver – direttore creativo il primo, designer il secondo – mette in scena l'ennesima evoluzione dell'uomo Lanvin. L'incarnazione del delicato e sofisticato figuro, questa volta, è dura, tribale. L'uomo Lanvin rimane, nell'anima, un essere sensibile, ma il femminiello degli inizi è lontano anni luce, sostituito da un esploratore, da un nomade urbano che passa dalla giungla alla città senza nemmeno cambiarsi. Porta giacche lunghe e parka, con gli orli vivi e intricati decori di zip, e pantaloni stretti; calza sempre sandali tecnici, con dettagli rococò, e porta una sorta di borsa degli attrezzi attorno alla vita; al collo, non disdegna vistose collane, feticci ornamentali. È, insomma, un elegantone capace di sopravvivere anche in avverse circostanze – non poco, visti i tempi. Quel che sorprende non è solo la ricchezza di strati e la perfezione compositiva di ogni singolo look, ma anche la quantità di dettagli che caratterizza ogni capo: una fusione d'atelier tra sportswear e linguaggio formale risolta con quel tocco naif e dannatamente sofisticato che è tipico di Lanvin. Se il mondo là fuori chiede sportswear, paiono dire Ossendrijver e Elbaz, che sportswear sia, ma coma mai lo si è fatto prima. La rivoluzione, leggera, è servita.

Dopo il rocker un po' acciaccato, ma sempre scanzonato, di Paul Smith, vestito di abiti così morbidi da sembrare pigiami, da Dunhill è tempo di nuovo classico: fresco, leggero, dalle proporzioni ripensate e di fattura eccellente – notazione non secondaria, dal momento che molti dei prototipi che si sono visti in questi giorni in passerella non sono nemmeno degni di essere considerati opere d'alta sartoria. Partendo dal mondo british del gruppo di Bloomsbury, ma lasciando l'ispirazione assai lontana, un'eco impercettibile in fondo alla mente, il creative director Kim Jones lavora con particolare attenzione sulle giacche, doppiopetto, a vita alta, chiuse da un solo set di bottoni, che svuota e lavora a double, rendendole confortevoli e pronte anche all'uso in viaggio, come è nella missione della casa. Non c'è un solo pezzo nella collezione che non sia perfetto e desiderabile, ma in qualche modo la sfilata non rende giustizia: questi sono capi e accessori – notevole il porta-iPad – da apprezzare in vicinanza, e magari da toccare.

Chiude i giochi Thom Browne, che per l'esordio parigino sceglie i sensazionali spazi della sede del partito comunista, progettati negli anni 70 da Oscar Niemeyer: una via di mezzo tra un paesaggio organico, di cemento bruto e moquette verde prato, e una astronave, con tanto di porte automatiche a chiusura stagna. Sempre più entertainer – in fondo, voleva fare l'attore – e sempre più concentrato nel fare solo una cosa, Browne opta per una performance a metà strada tra Dottor Stranamore (la sfilata nella sala assemblee, il clima da guerra fredda) e 2001 (gli astronauti in tuta che si muovono in cerchio a ritmo di valzer), ma è talmente concentrato sullo show da ripetere, ad nauseam, una sola silhouette: l'abito coi bermuda, presentato in ogni possibile permutazione di materia e di tessuto. Lo statement è certamente forte e concentrato, e questo giova al messaggio, ma si avverte, inequivocabile, una certa intransigenza, una pungente schematicità, che rischia di rendere la ricetta, già difficile con le sue proporzioni rattrappite, indigesta. Mai come oggi, al contrario, c'è bisogno di morbidezza. Negli abiti, certo, ma soprattutto nelle idee.
Alla prossima.

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