PARIGI, GIORNO 2

La vita è cabaret e all'uomo è concesso tutto

Apparenza e teatralità trionfano sulle passerelle

di Angelo Flaccavento


Un vecchio ma ancora assai condivisibile detto orientale – kabuki? zen? chissà – recita: un uomo che indossa una maschera è un uomo che dice la verità. Di uomini con la maschera, in senso letterale e figurato – inclini al teatro, insomma, dallo slapstick al circo al cabaret – se ne sono visti parecchi nella seconda giornata di sfilate parigine. I confini dell'esteticamente lecito continuano ad allargarsi: mai come oggi l'abito non fa il monaco. Viviamo l'era della visibilità totale, che vuol dire anche trionfo della bidimensionalità. L'apparire è essere, ma si tratta di una ontologia volatile e cangiante. Agli uomini è concesso di tutto, anche indossare le gonne – che infatti abbondano. Questo, però, non ne intacca la virilità, anzi la rafforza, perché l'essere uomo non dipende più dal paludamento, ma è una qualità interiore.

Grondano acqua dai capelli i marinai gaglioffi di Junya Watanabe, non si capisce se perché sudati, sorpresi dalla tempesta in mare aperto o semplicemente per rinfrescarsi. In ogni caso, sono coperti da capo a piedi, intabarrati in peacoat nautici con o senza cappuccio, maglioni a righe e braconi generosi che, per refrigerio, lasciano scoperta giusto la caviglia. Altrimenti, indossano giacchette rattrappite, di jersey tipo felpa, in ogni possibile modulazione di rigato. Con calma e determinazione, il giapponese Watanabe continua ad attaccare i codici dell'abbigliamento occidentale rileggendone alla radice le proporzioni e creando ibridi inattesi, senza per questo determinare sconvolgimenti, né toccare i lidi dark e concettuali di molti suoi connazionali. Questa volta manca forse la verve di sempre, ma è solo una impressione passeggera, suscitata dallo show prolisso. I pezzi, infatti, sono puri capolavori di design e funzionalismo, pronti a passare dalla passerella alla vita vera in un battibaleno.
Dopo il millenarismo nichilista di Julius – altro giapponese, della scuola "brucia e distruggi" – una processione sfinente di mummificazioni in pelle lavata e jersey, da Yves Saint-Laurent è tempo di esotismo astratto, rarefatto e dannatamente sofisticato.

In gran forma, Stefano Pilati lavora sulla silhouette che gli è congeniale - morbida, voluminosa, a tratti drammatica - allungando le giacche, accorciando i pantaloni – ridotti al limite a cortissimi shorts – e alzando il punto vita; incorpora nel tutto un pizzico di quell'orientalismo marocchino – cappelli a fez, rivisti, stampe geometriche – che è intrecciato al dna stesso della maison, almeno a partire dai viaggi e dalle permanenze di Monsieur Yves a Marrakech. Il risultato è, insieme, severo e sereno, geometrico e morbido, coi mismatch di disegni e motivi che produce superfici vibranti, e i dettagli isolati – davantini volanti, fasce da smoking – che punteggiano acutamente la silhouette. Chi mai si vestirà così, qualcuno si potrà chiedere? Nessuno, forse. L'eleganza, però, è salva.
Da Walter Van Beirendonck, subito dopo, il registro è ben più sgargiulo e circense. Sulla passerella sempre molto cartoon del designer belga, questa volta, è tempo di speranza, che nel peculiare Walter-linguaggio significa ispirazioni militari stravolte nella scelta dei materiali che vanno dal madras micro, dal tono fresco e infantile, al sangallo, delicato e romantico. Paladino del corpo estremo, mutante e massiccio, Van Beirendonck dispensa ancora una volta non poche gag, dal corsetto quadrettato all'harness da sex club decorato come uno chandelier: trovatelle, che però non mancano mai, sulla lunga distanza, di influenzare un po' tutti.

Nessuna trovata, se non le cinture porta-attrezzi trasformate in accessori, da Kris Van Assche, dove più cambia più è la stessa cosa: ovvero, purismo e afasia. Certo, l'atmosfera, questa volta, è più dura, e l'ispirazione workwear si traduce in abiti dall'aspetto più intensamente vissuto, ma sono solo quisquilie: tutto è secco, distante; manca l'emozione.
Quando cominciavamo a perdere le speranze, rassegnati ad una stagione piatta e poco ispirata anche a Parigi, ecco che a risollevarci il morale arriva finalmente Rei Kawakubo, ormai giunta al quarantesimo anno di provocazione intelligente, di depistaggio continuo e ispirante con il suo Comme des Garçons. Skull of life è il titolo, criptico e spassoso, della collezione, che di un simbolo mortifero come il teschio fa un vero inno alla vita. È la vitalità incontenibile dei pattern optical, il gioco delle proporzioni, infantili e rattrappite, a dare il ritmo alla sequenza, in quasi esclusivo bianco e nero, che ribalta il teschio in simbolo pop, e non rock. Nel mondo Comme tutto è possibile, tutto ha un senso, anche la gonna a ruota, caricata di una spiritualità quasi elettrica. Nella sua assurdità, c'è da scommettere, genererà tendenze, anche dove meno ce lo si aspetta.

Se da Cerruti è tempo di purismo e pacatezza, Riccardo Tisci non è invece uno che va per il sottile. L'uomo Givenchy è estremo, ma è anche forse, con il suo misto di machismo e delicatezza, di carne, sudore e gusto per l'ornamento, la figura più influente della moda maschile degli ultimi due anni – sia detto per inciso, l'invasione dei leggings sotto i bermuda, che ha preso d'assedio Milano come Parigi, è cominciata in tempi non sospetti proprio sulla passerella di Givenchy. Questa volta Tisci lavora su un misto di circo e di fetish, di pista e di dungeon, e non lesina nulla, dalle maschere spersonalizzanti – spaventose come una materializzazione dell'uomo nero – al pizzo, dalle gonne-bermuda alla stampa maculata, che pervade metà buona della collezione. Lo statement è forte, e senza compromessi, ma sa un po' di trucco, di geniale trovata di styling e nulla più. Inutile lamentarsi, però: lo show è una dichiarazione di poetica, e con la vita vera non ha mai nulla a che fare, e allora va bene così.
La giornata termina con un salto all'indietro da John Galliano, dove ricompaiono Buster Keaton e Charlot, con tanto di faccia alla biacca, pantaloni oversize tenuti con la corda e giacchette striminzite. Ed è con queste due maschere iconiche che il cerchio si chiude, in un trionfo di teatro che è, soprattutto, ricerca di verità. A misura d'uomo.

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