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PITTI UOMO 78Il trip lisergico nella villa antica di Jil SanderAlla Gamberaia, sulle colline di Firenze, Raf Simons si avventura fra i colori saturi ed estremi della natura tropicale di Angelo Flaccavento |
Tags: Raf Simons, Jil Sander, Firenze, Toscana, design, Milano
Quando c'è di mezzo quel perfezionista di Raf Simons, niente è semplice. Proprio niente. Però, una volta che tutti i pezzi del puzzle si sono incastrati, che la sequenza degli eventi ha preso un ordine definitivo, c'è una spiegazione per ogni passaggio, e un significato per ogni scelta, anche la meno ortodossa. È il bello delle menti semplicemente complicate: quelle che hanno comunque un piano, magari non a tutti e non necessariamente chiaro ed evidente, ma illuminato.
Ospite per la terza volta di Pitti Immagine, la prima però con il marchio Jil Sander, il tempio del minimalismo iperdesign del quale è direttore artistico ormai da cinque anni, Simons questa volta ha in effetti deciso di mettere a dura prova i propri ospiti, costringendoli ad un tour de force non da poco, reso ancora più intenso dalle avverse condizioni del tempo. Un lungo viaggio in bus fino a un anonimo posteggio a Settignano, e poi un secondo viaggio in taxi, lungo una stradina tortuosa attorcigliata fino in cima ad un colle. Qui, finalmente, il motivo di tanto errare e vagare: una villa antica, La Gamberaia, con vista mozzafiato, pressoché unica, sulla intera città di Firenze. Ed è nel giardino all'italiana di questo piccolo tesoro scontroso e opulento come solo in Toscana se ne trovano, tra alberi secolari e labirinti vegetali, che Simons ha deciso di ambientare lo show.
Designer di scelte radicali, mai incline, come è tipico dei creativi veri, a soluzioni tiepide e rinunciatarie, in mezzo ad un trionfo di natura e antichità Mister Simons cosa ha fatto? Naturalmente, ha presentato la versione in assoluto più lisergica e sintetica dell'uomo Jil Sander vista fino ad ora. Ispirandosi ai colori saturi ed estremi della natura tropicale (blu cobalto, arancio evidenziatore, rosa shocking, viola copiativo), Simons si è avventurato in un trip eccitante e retinico nel quale colore e struttura diventano una cosa sola, e la linea netta e inesorabile degli abiti trova il proprio significato ultimo, la propria giustificazione di design, nella palette violenta, nella giustapposizione ardita di tinte che creano la silhouette per blocchi di colore. Simons non è nuovo ai giochi costruttivisti che associano la somma dei capi alla somma dei colori, ma questa è la prima volta che l'esperimento gli riesce in un modo credibile e convincente: forse per il tono, più sportivo e rilassato del solito, forse per la grande concentrazione, e l'assenza di sbavature.
Anche la linea dei capi, pur chirurgica, ha qualcosa di meno inesorabile del solito, con gli shorts a doppia pince che si alternano ai pantaloni a sigaretta, e le giacche scolpite che cedono il passo agli spolverini morbidi. Portando per la prima volta Jil Sander fuori dal cubo bianco di Milano dove ha sempre sfilato, Simons immagina e materializza una incursione nell'outdoor, e gioca con tessuti macintosh e termo nastrature a contrasto; il colore è dappertutto, dalle fodere alle camicie, ed è così pervasivo da finire persino sulle suole delle scarpe stringate, per il resto di foggia alquanto classica. Come molti altri designer della sua generazione, Simons tocca un punto dolente: il rapporto tra natura e artificio. Lo risolve proponendo scenari saturi e sintetici che fanno pensare alle atmosfere del cult movie Liquid Sky: en plein air, però, non in discoteca. La vitalità raggelata, l'impeto compresso sono gli stessi. Non c'è verso: anche quando si lascia andare, infatti, Raf Simons rimane un manico del controllo. Un perfezionista inesorabile, algido, nordico.
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