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STILESulle passerelle parigine la moda flirta con il passatoStrizzatine d'occhio per Louis Vuitton, con Laetitia Casta in scena, Hermès e Miu Miu di Angelo Flaccavento |
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Le sfilate parigine per l'inverno 2010-11 si sono chiuse ieri con una conferma: nuovo minimalismo o meno, la moda continua a flirtare, pesantemente, col passato, e insomma ad avanzare rinculando, o se non altro a marciare dritta verso il domani con lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore. A questo giro, come già visto anche a Milano, il pendolo oscilla tra gli anni 50 dei vitini di vespa e delle gonne danzanti e i 60 lineari, veloci e modernisti. Tertium non datur, perché il contrasto che definisce questo preciso momento storico è proprio quello tra ornato e pulito, tra efflorescenza e scarnificazione, tra lentezza e velocità.
Con un voltafaccia non da poco, dopo l'ultima collezione, quella per l'estate in corso, dal sapore rutilante, adolescenziale e metropolitano, da Louis Vuitton Marc Jacobs piomba dritto in una di quelle commediole dell'epoca baby boom, o nel mezzo di una di quelle storie edificanti e a lieto fine nelle quali l'eroina ha sempre la coda di cavallo e non si separa dal golfino e dalla gonna a ruota nemmeno per andare a dormire. Le note di presentazione annunciano a chiare lettere "E Dio creò la donna" ed ecco che la prima modella a fare il giro della passerella – circolare, lambisce una delle fontane del cortile interno del Louvre – è una burrosa Laetitia Casta, il busto strizzato in un corpetto steccato che assottiglia la vita e sottolinea il seno, la gonna a metà polpaccio, ai piedi decolleté a tacco alto con la punta quadrata, in mano la Speedy bag a bauletto, autentico besteller della casa almeno dagli anni 30, ossia da quando fu lanciata sul mercato. Da lì, è tutto un procedere di tema e variazione sulla medesima silhouette, ripetuta all'infinito in versione golfino o cappottino, stampa o tinta unita, ma sempre con tessuti pesanti e corposi.
Se dal punto di vista iconografico sorprende, come già a Milano da Prada, l'accento posto sul seno, ovvero su un tipo di femminilità più matura – espressa, è d'obbligo, da un cast di modelle meno piatte e androgine del solito, con Elle McPherson, splendida ultraquarantenne, a chiudere la parata – dall'altro non si può non notare che nella loro omogeneità i vestiti sono concepiti essenzialmente come contorno della Speedy bag – e non il contrario, come ci si aspetterebbe – offerta in una infinita varietà di materiali e di combinazioni che la rendono già da ora oggetto di culto. Che piaccia o meno, col marketing Marc Jacobs ci sa davvero fare, e per questo va rispettato, anche in una stagione sottotono come la presente.
Da Hermès, invece, Jean Paul Gaultier, in gran forma, esplora un topos classico dei suoi: il gioco degli equivoci tra maschile e femminile. Il sottotesto è britannico, con una strizzata d'occhio al buon James Bond e a tutti i noir cinematografici e televisivi degli anni 60 e 70, quelli in ombrello e bombetta per intenderci, e un pizzico di fetish – vedi alla voce pelle nera in abbondanza, giorno e sera, camicie incluse – tanto per rendere l'azione più piccante. Il completo maschile a tre pezzi, i piccoli trench e i blouson sono i pezzi migliori, ma sono soprattutto gli accessori che catturano l'attenzione: stivali da equitazione di coccodrillo e poi borse Kelly miniaturizzate.
Da Cerruti, subito dopo, è tempo di esordio per l'inglese Richard Nicoll – talento amatissimo dalla stampa, soprattutto quella britannica – le cui spalle ancora troppo piccole non sono forse adatte a reggere l'eredità di un marchio così. Tra colori improbabili – l'apertura è in rosso mattone, tinta quanto mai poco donante – stampati incongrui e forme poco sviluppate, la collezione ha un che di frettoloso ed embrionale, che da un lato non rende giustizia al talento di Nicoll, e dall'altro fa sacrilegio del nome Cerruti.
La giornata, e la kermesse, si chiudono da Miu Miu con un incontro inaudito, di quelli che solo Miuccia Prada è in grado di concepire, tra modernismo anni 60 e romanticismo floreale, tra linea retta, futurista, e panier retrò. La signora, depistante come al solito, definisce la virata "new new romantic" e schiaffa Boy George e i Culture Club nella colonna sonora per ribadire il concetto, ma in realtà di new romantic ¬– formula che fa pensare ai Culture Club, appunto, e poi ai Bow Wow Wow e alla prima Vivienne Westwood, ossia a pizzi, trine e piraterie varie – la collezione non ha proprio niente. Al contrario, è lineare, severa e compostamente decorativa, in una maniera che ricorda, di sguincio ma inequivocabilmente, il lavoro del buon André Courrèges. Certo, i fiori – usati a profusione per ricami e accessori – sono per antonomasia un elemento romantico, ma se fatti di metallo, come in questo caso, l'effetto è assolutamente freddo, siderale, antiromantico, come del resto è antiromantica e dura la palette, a dominante nera, con rotture improvvise di viola e di albicocca. Miuccia Prada non ha mai fatto mistero di essere una fan del vintage e del retrò, ma qui la strizzata d'occhio alla couture pre-68 è forse troppo chiara e poco rielaborata. Un abitino nero, con piccolo faux cul, riassume però perfettamente lo spirito della stagione: secco, minimalista e lezioso al tempo stesso, esprime un cortocircuito di ieri e di domani che definisce nel dettaglio l'oggi.
Alla prossima.
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