PARIGI GIORNO 7

In passerella suore
e gran signore

Sfila per Yves Saint-Laurent un esercito felliniano di suore con tanto di cappello claustrale

di Angelo Flaccavento



A Parigi, in questi giorni, spira sulle passerelle un'aria dura, borghese e severa, a metà tra collegio svizzero, anni 90 e donna in carriera. Le sguincette e le lolite che hanno ammorbato la scena così a lungo, ricorrendo a mezzi di seduzione che dalla semi-nudità totale dell'abbigliamento da soubrette si spingono al massimo verso l'innocenza falsa e tendenziosa delle trine, dei pizzi e dei merletti da educanda smaliziata, cedono il passo a donne fatte e finite, con la D maiuscola, dai modi marziali e dallo stile assertivo. Donne che sono madame alla francese, dannatamente chic, ma che nascondono non poche perversioni sotto l'apparenza impeccabile, esattamente come sarebbe piaciuto a Louis Buñuel.

Da Stella McCartney, che apre la settima giornata di sfilate, le signore in questione, ad esempio, sono invero alquanto giovani, e dimenticano sovente di indossare la gonna o i pantaloni – per non parlare poi delle calze – sotto la giacca dal disegno netto e preciso, che si trasforma così in un miniabito. Nel mood generale di riscoperta del minimalismo, McCartney purifica il proprio repertorio, che da sempre mescola sartoria maschile a femminilità leziosa, optando una proposta grafica e lineare, che però ha un che di forzato e non convince appieno, anche quando morbidezza e colore fanno di nuovo timidamente capolino, soprattutto negli abiti da sera. Dopo i maculati e i drappeggi di Estrella Archs per Ungaro, fedeli di certo al dna della maison, ma in così flagrante non sincronia col generale mood neo-90 da risultare surreali e paradossalmente divertenti, è la volta di Giambattista Valli, che un tocco di couture non ce lo risparmia mai, perché la gran signora, un po' parigina, un po' romana, gli riesce davvero bene. In vena anche lui, a suo modo, di sobrietà e linearità, il buon Valli punta sulla linea ad A, che almeno dagli anni 60 è sicuro sinonimo di dinamismo e modernità. Ma i piccoli trapezi al ginocchio che sono il fulcro della collezione non sono mai banali, perché dietro c'è una sapienza e una manualità che altri si possono solo sognare. A catturare l'occhio sono le superfici, sempre dense, tattili, increspate di mille ruche tagliate al vivo che simulano velli delicati, e le lavorazioni a intarsio, che creano griglie macro su tutta la silhouette, accentuate dal contrasto dei colori – beige e nero in primis, con tocchi di arancio. Valli esplora il suo personale Bauhaus, senza per questo rinunciare all'anima barocca, e dimostra così la capacità di evolversi pur mantenendo intatto il proprio linguaggio, che parla in maniera chiara ad una nicchia solida di clienti alto-borghesi, nobildonne e solite note.

Il tocco inatteso, sul finale, di androginia alla Yves Saint-Laurent – del quale il 10 inaugura la mostra retrospettiva, attesissima, al Petit Palais, accompagnata da un titanico catalogo ragionato in più volumi – fatto di giacche da smoking appoggiate su fourreau a sirena, poi, è il vero tocco da maestro, che spiazza e seduce. Da Kenzo, subito dopo, l'avvicinarsi del quarantesimo compleanno della maison spinge il direttore artistico Antonio Marras a fare un tuffo nel passato: negli anni 70 della sensualità libera e selvaggia – alla Maria Schneider, per intenderci – che poi furono anche gli anni del miglior Kenzo. Rivelando, se ancora ce ne fosse bisogno, una assoluta affinità di spirito col signora Kenzo Takada, Marras mescola maschile e femminile, orientale e occidentale, leggero e pesante in una mischia ben calibrata, nella quale sono i volumi generosi e la palette organica di marroni, beige, verdoni e derivati, a far da collante. Sulla passerella si alternano lunghi chemisier stampati a completi maschili coi pantaloni larghi e a mezz'asta, gessati ricamati e stampe panculturali, in una sequenza tema-variazione che da un lato rende il messaggio forte e chiaro, ma dall'altra rischia di apparire monocorde.

La giornata, dal ritmo invero alquanto blando, si conclude nel gelo artico del Gran Palais da Yves Saint-Laurent, dove Stefano Pilati manda in passerella un esercito felliniano di suore perverse, con tanto di cappello claustrale a falda molle ed enormi collane da cardinale. Con un gusto perverso della severità che gli fa solo onore, Pilati estremizza la voglia di borghesia che c'è nell'aria, e ci aggiunge, da buon italiano, un po' del sano gioco sacro-profano, che non guasta mai. L'attacco è in nero, con le nuove giacche-cappa dal taglio ingegnoso, e nera è la gran parte della collezione, che raggiunge il picco nelle gonne longuette abbinate a mantelle liquide. Qui e lì, inserti di plastica trasparente, anziché suggerire sottotesti space-age, aggiungono una nota quasi fetish, clinica, mentre sul finale ricompaiono colore e frivolezza, ma è solo un attimo. Pilati ha l'intuizione giusta, ma non basta: l'impressione finale è quella di un dolce nel quale gli ingredienti sono i migliori, ma la ricetta quaglia poco. In ogni caso, il messaggio è chiaro: di meno è di più, e bando agli eccessi.

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